Archiviati per May, 2003

Arcobaleno

Certi italiani sono davvero pacifici, non c’è che dire: tengono la bandiera arcobaleno appesa alla finestra anche quando la guerra è finita da un pezzo. Oddìo, è pur vero che, ormai, «arcobaleno» si fa per dire: sbiadita dal sole, ritretta dalla pioggia, aggrovigliata dal vento, affumicata dallo smog, inquinata dalle polveri sottili e chiazzata dalle deiezioni dei colombi, solo con uno sforzo la memoria, che da settimane è passata ad altro, può richiamarne i fasti. 

Eppure, ma sì, c’è qualcosa di commovente in questi nostri compaesani che vogliono la pace a tutti i costi, senza se e senza ma, sempre e comunque, da qui all’eternità, tutti i giorni anche festivi. Qualche malizioso potrebbe insinuare che si tratta di pigrizia. 

O di avarizia, visto che quella bandiera è costata denari. I veramente maligni, poi, osano parlare di superficialità: sbollito l’entusiasmo per il gestopolitically correct che permetteva di sentirsi parte dei «buoni», gli espositori manco si ricordano più di aver qualcosa esposto sul davanzale. State pensando, lette queste poche righe, che io non ce l’abbia, la bandiera appesa? Invece, no, ce l’ho. 

Solo che non è mia. E’ del mio vicino, che sta sopra. Pende talmente dal suo balcone da svolazzare anche su un pezzo del mio, così che dal mio studio ne vedo le ultime due strisce. Nelle giornate limpide, quando non c’è vento, il sole ci passa attraverso colorando l’anima mia. Confesso che, all’inizio, nei primi giorni, quelli «caldi» pre-conflitto, c’era in me un po’ di disappunto. Ma come si fa a protestare contro la pace? 

E poi, ormai mi sono abituato. Il giorno che le togliessero, quelle bandiere, le facciate milanesi tornerebbero al loro grigiore postindustriale e terziario. Suggerimento: quando le toglieranno, mettiamole noi guerrafondai. Ma inchiodiamole bene e mettiamoci sopra del plexiglas infrangibile, perché con i pacifisti non si sa mai.

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SARS

Insomma, qualcuno prima o poi dovrà spiegare perché tutte le epidemie che hanno sconvolto e sconvolgono il mondo vengono sempre da laggiù. Se non si vogliono prendere in considerazione le sofferenze, si calcoli quanto costano, in termini di spesa sanitaria e di giornate lavorative perdute, le influenze che ogni anno mettono l’Occidente (cioè, la sola parte del pianeta che produce; anche per gli altri) a letto. 
Sì, le industrie farmaceutiche ci guadagnano, ma è Pantalone che ci perde. I nomi che vengono dati a queste malattie, che siamo ormai rassegnati a considerare facenti parte del normale panorama, sono invariabilmente «shangai», «hong kong», «thailandese» eccetera. In realtà questi sono solo i porti da cui le influenze si diramano, ma dette influenze nascono tutte nel cuore dell’Asia. Da polli, dai maiali, da chissà cosa e chissà perché. Si può andare avanti così? 
Leggiamo sul Corriere della Sera del 16 u.s. un’intervista allo storico della medicina Giorgio Cosmacini. Il quale ci informa che anche la famigerata Peste Nera, che nel 1348 sterminò un terzo degli europei, ebbe origine laggiù. E origine dolosa: l’anno prima, i mongoli che assediavano i genovesi a Caffa in Crimea lanciarono con le catapulte sui difensori i cadaveri dei loro morti appestati. Guerra batteriologica. E le pulci infette navigarono sui legni cristiani fino in Europa, producendo la catastrofe che sappiamo. 
Il collasso demografico fu tale da determinare quello economico (sempre se vogliamo dare la priorità ai quattrini) e ci vollero secoli per riprendersi. Sarebbe interessante indagare sull’origine di tutte le altre epidemie che hanno decimato il mondo sia prima che dopo tale data: magari avremmo qualche sorpresa. Piaccia o no, la globalizzazione c’è già da un pezzo, e quel che succede di male in un punto qualunque del pianeta riguarda tutti. La tecnologia ha reso obsoleto il concetto di «affare interno», almeno per certe cose. Ricordate Chernobyl e la nuvola radioattiva che sorvolò l’Europa? 
L’unico effetto politico che ebbe fu quello di togliere ogni velleità nucleare agli italiani, e solo a loro. E di far guadagnare un sacco di soldi ai «profeti» rockettari del «no nukes», nonché posti in parlamento al sole-che-rideva (il cui adesivo, appicicato sul vetro della Dyane arancione, faceva la funzione che oggi ha la bandiera arcobaleno). Ma delle influenze nessuno si è mai preoccupato più di tanto, perché non uccidevano (anziani cardiopatici e asmatici a parte). Ebbene, adesso ce n’è una che lo fa. Che diremmo se uno accendesse un fuoco di ramaglie nel suo giardino ma il vento portasse il fumo dentro il nostro salotto? Il semplice codice civile sanziona un comportamento del genere sotto il titolo «divieto di immissioni». Invece, i sostenitori di tribunali internazionali preferiscono sanzionare il politically uncorrect
Per fortuna ci pensa la tanto deprecata libertà di mercato a fare giustizia. E a preoccupare quegli occidentali che vedono crollare i loro affari. Colpiti al cuore (cioè, nel portafoglio), magari si decideranno finalmente a mettere la pratica intitolata «L’influenza nell’età della globalizzazione» all’ordine del giorno. Per quella intitolata «Tutela dei diritti umani» dovremo, ahimè, attendere una forma di violazione degli stessi che sia contagiosa e che, soprattutto, faccia perdere denaro a quelli che trafficano con gli «untori». 
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Diritti

L’altro giorno l’edizione prandiale del TG 4 mandava in onda un servizio sui cani di grossa taglia e sulla sventatezza di quei proprietari che li lasciano liberi di scorrazzare, senza museruola, nei parchi dove giocano i bambini. L’occasione era la solita: l’ennesimo azzannamento di pargoli (nella fattispecie con mamma annessa, ora ambedue gravi in ospedale). L’intervistatrice avvicinava, con rispetto, una ragazzina stravaccata sull’erba accanto a un settanta chili nero e le chiedeva se le sembrava prudente portare a spasso quell’enormità che pesava il doppio di lei. Naturalmente, senza museruola e guinzaglio (quest’ultimo, va detto, sarebbe servito a poco in caso di scatto della bestia). Quella, vista la telecamera, ha risposto, acida e piccata: e a lei sembra corretto riprendermi senza avermene chiesto il permesso?
Il regista ha pensato bene di voltare pagina, perciò nulla sappiamo del prosieguo. Ma ci basta per un’identikit: tredici-quattordici anni, dunque “figlia di famiglia”. Famiglia politically correct, a quanto pare, cioè attentissima ai «diritti» propri e assolutamente indifferente a quelli altrui. «Diritti», tra l’altro, imparaticci a colpi di slogan, perché l’ignoranza sul diritto di cronaca era, nel caso in questione, palese. Non ci stupirebbe sapere la finestra di questa famiglia paludata da bandiere arcobaleno.
Già, perché tout se tient e chi sventola uno dei dogmi politicamente corretti di solito ha già ingoiato tutti gli altri. Possiamo star sicuri che, se la fazione cui fanno certamente capo questi «libertari» prendesse definitivamente il potere, la sua potenza propagandistica rovescerebbe in ventiquattr’ore la mistica dei «diritti» in quella dei «doveri», doveri e basta, con squadracce talebane in giro a farli intendere a chi non avesse ben capito che il vento è cambiato.

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