Archiviati per May, 2003

Italiani

Nel 1995, stufo del vizio nazionale dell’autodenigrazione, pubblicai unElogio degli italiani con Mondadori. Cinque anni dopo, lo ampliai e riproposi nella prestigiosa Bur comeDoveroso elogio degli italiani. Com’è noto, il tema dell’identità nazionale è, ormai, argomento di convegni, dibattiti e mostre, sponsor ministeriali e affollata partecipazione di Vip. A me, nessuno mi ha mai invitato in nessun posto. Di più: ho corso anche rischi giudiziari. Bene, così imparo a fare il pioniere. Pentito? Per niente, anche perché in quel mio libro paragonavo gli italiani agli stranieri e i primi ne uscivano a testa altissima. Cosa che può confermare chiunque sia stato all’estero non da turista. Ma è ora, per me, di chiarire che l’elogio può scaturire solo dai paragoni. E basta. Un po’ di esempi. 
A un recentissimo convegno milanese sulla famigerata 194 (la legge sull’aborto, per intenderci) un politico presente ammetteva che, sì, in parlamento esiste uno schieramento trasversale grosso modo quantificabile nel cinquanta per cento (dunque, metà) favorevole almeno a una revisione; ma i sondaggi dicono che il «paese reale» non ne vuol sapere. Eggià: aborto e divorzio in Italia sono passati a colpi di referendum popolari. Una radiografia accurata degli italiani mostra che non amano i bambini, ma i cani sì e guai a chi glieli tocca. 
Esperienza personale: un mio editoriale di plauso all’amministrazione milanese che cercava di introdurre l’obbligo di museruola almeno per le belve di grossa taglia è stato ricoperto di insulti estensibili al direttore del giornale. Il papa, che non è nemmeno italiano, è ormai un leader morale planetario, si dice. Ma de che? (alla romana: quanno ce vo’, ce vo’). Quando parla di morale cattolica non gli dà retta nessuno. Quando dice «qualcosa di sinistra», vien giù la scena dagli applausi (vedi pacifismi recenti). 
Non a caso è Vicario di Cristo, il quale si prese gli «osanna!» e le palme quando lasciò credere di essere il Re-Messia (politico e nazionalista) atteso; poi, chiarita la verità, la croce. Anche il b. Pio IX era acclamato quando faceva il liberale; poi fece il papa e si sa com’è finita. Coi soli aborti legali, da quando c’è la legge, siamo sui cinque milioni in meno. Importiamo immigrati per pagarci la pensione, ma preferiamo farci il cane anziché il pargolo. 
Consentiamo che clandestini, disonesti e disobbedienti vari non paghino nulla e sfascino tanto, ma se qualcuno si azzarda a far rispettare le legge eccoci in piazza a impedire che si tocchi Caino. Se nomadi e alternativi bivaccano nelle chiese, c’è sempre qualche vescovo che «alza la sua voce». Contro la polizia. E allora, fesso, cosa vai ad elogiare…

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Pace

Il motivo per cui i vertici vaticani erano così contrari alla guerra in Iraq l’ha praticamente detto il papa rivolgendosi ai vescovi della Conferenza episcopale indonesiana. Si temeva la «catastrofe religiosa». Cioè, ulteriori guai per i cristiani che vivono nei Paesi islamici. 

L’interlocutore pontificio era il più appropriato, dal momento che nell’arcipelago indonesiano stanno duecentotrentadue milioni di persone, l’ottantasette per cento delle quali di religione musulmana; dunque, la più alta concentrazione islamica del mondo. Il papa sa bene che, nel caso si innescasse davvero una spirale di ritorsioni in posti come il Sudan, la Nigeria eccetera, nessuno muoverebbe un dito, e le potenze occidentali volterebbero la faccia dall’altra parte, i pacifisti per primi. 

Anche se si verificassero ecatombi di cristiani, nessuno vorrebbe sentir parlare di crociate e, di sicuro, i media punterebbero i riflettori altrove, col risultato che le opinioni pubbliche nulla saprebbero. Proprio dalle manifestazioni che abbiamo visto nei giorni della guerra nelle città europee traiamo l’insegnamento che l’«opinione pubblica» si muove solo se qualcuno la bersaglia di slogan, la organizza e paga le spese per portarla in piazza. 

Ma questi «centri di commozione» si attivano se possono cavarne vantaggi politici o economici. Dunque, i cristiani sudanesi, nigeriani eccetera possono star freschi fin d’ora. Nemmeno nei tempi in cui i re erano cristianissimi era agevole smuovere i governi per crociate: sono storicamente più quelle abortite che quelle effettuate. 

Neanche quando si trattò di liberare Vienna assediata dai turchi (Vienna, nel cuore dell’Europa) nel 1683 fu facile convincere le potenze cristiane a intervenire (e non si trattava di un «intervento umanitario», bensì di una difesa vitale): la superpotenza dell’epoca, la Francia di Luigi XIV, si chiamò fuori (anzi, remò contro); quelli che accolsero l’invito ad accorrere in armi dovettero venir pagati dal papa di tasca propria, perché le spedizioni costano e ognuno aveva problemi di bilancio da far quadrare. 

Figurarsi oggi, in tempi di secolarizzazione. Paradossalmente, l’unica opinione pubblica ancora sensibile sul tema religioso è, in Occidente, quella statunitense. Ma dovrebbe vedersela col suo establishment. Insomma, dal versante cristiano non c’è nulla da attendersi. Non resta che analizzare quanto i timori di cui sopra siano fondati. Per esempio, già nel 1991 Saddam provò a chiamare l’islam al jihad ma nessuno rispose. Altro esempio: la Ostpolitik nei confronti dell’allora Unione sovietica. In quel caso, furono proprio i timori di maggiori rappresaglie a ulteriormente silenziare il «dissenso» e la «chiesa del silenzio». E fu invece la grinta reaganiana a mettere l’Urss alle corde. Oggi, la paura delle genti occidentali non tanto dell’islam quanto della sua versione fanatica non fa che accrescere la tracotanza di quest’ultima: la cosa dovrebbe essere ormai evidente. 

Lo fosse stata fin dall’inizio, ci saremmo risparmiati lo spettacolo di pretini, fratini e suorine in corteo dietro a Casarini, Agnoletto e Bertinotti, le bandiere arcobaleno sugli altari nonché l’imbarazzo di coscienza di quella maggioranza (e internazionale) di cattolici che non si riconosce nel cosiddetto progressismo.

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Astrocantonate

Il 24 aprile u.s. è apparsa questa curiosa notizia: il marito, appassionato astrologo, le aveva consigliato di trascorrere il giorno del suo compleanno a Hong Kong poiché, secondo le stelle, ciò le avrebbe garantito un anno fortunato.
Lei ha eseguito ma lì ha trovato la Sars. E’ stata davvero fortunata e non se l’è beccata, ma al ritorno i suoi colleghi non l’hanno più voluta in ufficio. Non so come sia finita la quarantena, spero bene, e davvero auguriamo a quella signora (che è un’avvocatessa) «lunga vita e prosperità», come dice il vulcaniano Spock. 
Ma l’episodio mi permette di fare il punto sulla questione astrologica secondo una visuale kattolica. La Chiesa, com’è noto, vieta solo l’astrologia «predittiva» (quella degli oroscopi, per intenderci), perché negatrice del libero arbitrio. Non quella «descrittiva». Cioè, nel caso in esame: si può avere un viaggio sfortunato con stelle favorevoli e uno fortunatissimo sotto astri negativi. 
Tuttavia, non si può negare che «coincidenze» tra zodiaco e vicende umane ci siano, né che uno nato in Cancro o in Pesci abbia determinate caratteristiche. I cattolici, oggi, possono commettere nei confronti dell’astrologia due errori speculari: uno è quello razionalista (liquidare il tutto come superstizione), l’altro è quello di fidarsi degli astrologi. 
Si tratta di una disciplina che richiede grande circospezione, perché non si sa più, da secoli, chi possa dirsene veramente padrone. L’unica è toccare con mano, al massimo giocarci (e rigettare in toto gli oroscopi). Ma allontanarsene schifati sarebbe fare come quelli che rifiutavano di guardar dentro al cannocchiale di Galileo. I quali, tra parentesi, erano i suoi colleghi laici. Sempre tra parentesi: Galileo campò a lungo la numerosa famiglia proprio facendo oroscopi.

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