Archiviati per June, 2003

Virus

Leggo una notizia del 25 giugno: il sito Internet del Vaticano viene attaccato da una media di diecimila virus informatici al mese. Gli assalti deglihackers sono una trentina circa alla settimana. Un assedio. Scherzi di buontemponi, di goliardi e/o ragazzini birbantelli? Può darsi. Ma può anche darsi di no. C’è, ahimè, un sacco di gente che ritiene il Vaticano la causa dei suoi guai o dei mali del mondo. 

Che so, quelli convinti che sul pianeta siamo troppi e per colpa del Vaticano un miliardo di cattolici non usa il preservativo; gli omosessuali che non tralasciano Gay Pride-Day per vomitare insulti sulla Chiesa, convinti (chissà perché) che sia quest’ultima a impedire loro di sollazzarsi nel modo che vogliono; quelli per i quali la religione resta l’oppio dei popoli ma (chissà perché) degli effetti stupefacenti del calvinismo, del buddhismo, dell’induismo, dell’islamismo, dello shintoismo e perfino dell’animismo non si curano; i laicisti attardati, che sognano un mondo in cui comandino loro e nessun altro; i relativisti assoluti (mi scuso per la contraddizione interminis), che non sopportano neppure l’esistenza di qualcuno che, a casa sua, professi di aver trovato la Verità; gli apostoli della tolleranza, che volentieri vedrebbero morto chi non la pensa come loro; i giacobini, fanatici della fraternité obbligatoria (una volta, ospite di una trasmissione televisiva, telefonò uno spettatore che così si definì: «Io sono un fanatico di Robespierre»; dedussi, e glielo dissi in diretta, che un fanatico di un fanatico è un fanatico al quadrato).

Insomma, l’elenco dei nemici della Chiesa è lungo. E previsto (vedasi il Vangelo). Ma per analizzare il fenomeno non serve il sociologo. Ci vuole l’esorcista.

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Cara Milano

Avendo appreso che Milano è la città più cara d’Italia e addirittura una delle più care del mondo, un moto di orgoglio si è fatto strada in me. Poiché questa notizia ha fatto il giro dello Stivale, già pregusto gli sguardi d’invidia con cui verrò trafitto ogni volta che dovrò recarmi altrove. «Ah, lei vive a Milano?», «Sì, io sì», «Ooooh!». 

Pensiero inespresso soggiacente al moto di meraviglia: «Questo qui deve essere ricco». Così, dal momento che vantare amicizie ricche fa piacere a tutti, tappeti rossi e prego-si-accomodi-dottore mi aspettano dall’Alpi alle Piramidi. Ora che si è sommata l’ancor più recente informazione Istat sul «valore aggiunto» fornito da Milano alla ricchezza nazionale (dal che si deduce che «sotto la Madonnina si produce più ricchezza di tutt’Italia», come recitava un titolo di giornale), la boria mi ha gonfiato anche le tasche. 

Naturalmente, ogni qual volta sarò altrove, mi guarderò bene dal dire che il mio, di «valore aggiunto», finisce tutto nei portafogli di taxisti, baristi, ristoratori, casse comunali e psichiatri. Mi è stato appena comunicato che l’affitto di casa mia verrà triplicato alla scadenza. Trovata l’ennesima multa per gratta-e-sosta appena scaduto, ho speso un euro (quasi duemila vecchie lire) di metrò (la sauna è gratis) per andare sedermi in un tavolino di bar qualsiasi (ripeto: qualsiasi) purchè all’ombra: un euro e ottanta di caffè (quasi quattromila vecchie lire). 

Oh, cara Milano: non sei ancora del tutto ma sicuramente resterai una città di ricchi (nel senso di: per soli ricchi), perché il ceto cosiddetto medio pendolerà finchè morte non sopraggiunga dando il colpo di grazia al tuo famoso problema del traffico. Così, dall’imbrunire in poi qui vivranno solo due categorie di persone: quelle blindate e quelle che non hanno nulla da perdere. Con la polizia nel mezzo a cercare di tenerle separate. Milano è la città del dané (denaro, in italiano), perché stupirsi se tutti ne vogliono quanto più possibile?

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Norma Roe

Nel 1973 la Corte Suprema degli Stati Uniti legalizzò l’aborto, traendo spunto da un caso che fece epoca, la cosiddetta causa «Roe vs. Wade». Jane Roe (nome di fantasia per tutelarne la privacy) era al terzo mese della terza gravidanza indesiderata, frutto di una vita il cui «periodo migliore», parole sue, erano stati «i tre anni in riformatorio».

Infanzia infelice, scappata di casa, drogata, sbandata, mille mestieri, tentativi di suicidio, rapporti anche omosessuali… Insomma, Jane Roe era il trastullo ideale di ogni profittatore. Fino a quando due avvocatesse femministe, appartenenti alla upper class di Dallas, trovarono in lei il grimaldello per modernizzare l’America. 

Oggi, Jane Roe, il cui vero nome è Norma McCorvey, è tornata in tribunale per chiedere la revoca di quella sentenza di trent’anni esatti fa, perché adesso è diventata una delle esponenti di punta del movimento antiabortista americano. Il bello è che la donna che è passata alla storia per aver fatto introdurre il diritto d’aborto nella legislazione americana non ha mai abortito in vita sua. Sì, i primi due figli furono dati in affido, e così il terzo. 

Perché, nelle more degli appelli e dei ricorsi, quest’ultimo ebbe tutto il tempo di nascere.

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