Archiviati per August, 2003
Rozzano
Riassumo il fatto, prima di commentarlo. E lo riassumo anche per insegnare un minimo di mestiere a tutti quei lettori che mi inviano loro commenti dimenticando che i fatti da loro commentati sono spesso a me sconosciuti. Non vuol essere prosopoea, la mia, cari lettori. Solo, un tentativo di risparmio di tempo futuro. Il fatto va riassunto subito, nelle prime righe (a meno che non si tratti di fatto talmente notorio da far risultare fastidiosa la sua ripetizione), per non costringere chi legge a scorrere (talvolta, ahimè, inutilmente) migliaia di parole per capire di cosa diavolo si stia parlando.
Allora: in una frazione dell’hinterland milanese una persona, ancora ricercata mentre scrivo, ha sparato in piazza contro due rivali, provocando qualche morto ammazzato. Tra cui un paio di passanti (una dei quali era una bambina). Sono cinque giorni (oggi è il 25 agosto) che la stampa non parla d’altro. Si sono scatenati opinionisti, esperti, sociologi e intervistatori. Dalle cronache si è scoperto che tutti gli implicati avevano avuto a che fare con la giustizia, anche le vittime ignare (la madre della bimba uccisa, per esempio).
Ed è tornato a galla il problema del degrado umano delle periferie. Qualcuno, accanto ai fiori e ai bigliettini di commiato posti sul luogo del fatto di sangue, ha messo un curioso souvenir: uno spinello. Che la dice lunga sull’ambiente. Un magistrato, intervistato, ha puntato il dito sull’esiguità delle pene irrogate per quella che viene definita «microcriminalità», generalmente posta in essere da persone dedite a «delinquenza abituale»: le pene previste vanno, come tutte, da un minimo a un massimo; ma, di solito, si irroga la minima e a volte anche meno.
Il suggerimento dell’intervistato era di cominciare subito dalla cima e applicare il massimo. Insomma, un giro di vite, di quelli che, in luoghi come gli Stati Uniti, giungono alla cosiddetta «tolleranza zero» e alla terza condanna, fosse anche il furto di un gelato, fanno scattare l’ergastolo. Le ricette proposte, comunque, sono tante: da «maggior severità» e «più polizia» a «affidiamo la cosa agli architetti» (cioè: abbattiamo i palazzoni dello squallore e facciamo ridenti casette immerse nei verde). Io, che non m’intendo di nulla di tutto ciò, mi limito ad osservare.
E osservo che giusto alla vigilia dei fatti di Rozzano è stato approvato il cosiddetto «indultino» svuotacarceri, che rimetterà in circolazione parecchia di quella micocriminalità abituale di cui anche chi vi scrive, vivendo a Milano, è stato vittima (credo che non ci sia milanese che, almeno una volta, non abbia avuto problemi o almeno paura). Certe contraddizioni, per venire in evidenza, attendono qualche morto, qualche famiglia distrutta, qualche invalido. E distorsioni sociali, tipo il trasferimento verso lidi più sereni di migliaia di appartenenti al ceto medio (il più esposto e indifeso). Da cattolico pensoso mi interrogo sull’origine del perdonismo carcerario.
Di solito, l’emotività dello spettatore viene titillata dai servizi televisivi sulla vita dietro le sbarre. E’ vero, è una vitaccia, e c’è anche qualche disgraziato che forse ne merita un po’ meno. Sono i cappellani delle carceri quelli che, vivendoci a contatto, provano la maggior pena emotiva. Devono averne riferito al papa, il quale, com’è noto, è andato ad esternarla in Parlamento. Era la prima volta nella storia che un governo italiano invitava un papa.
E si trattava di governo filoamericano che sull’ordine pubblico aveva fondato una bella fetta delle sue promesse elettorali. Immagino il suo imbarazzo quando si è trovato di fronte sia alla richiesta di «perdono postgiubilare» che al «no!» veemente alla guerra “americana” contro l’Iraq. Quest’ultima non ha potuto evitarla. L’indulto, dopo aspri contrasti, è diventato «indultino».
Quella volta, ricordo, l’opposizione plaudì a mani spellate. Quando lo stesso papa ha ricordato ai deputati cattolici i loro doveri riguardo alle cosiddette «famiglie di fatto» si stracciò le vesti per «l’intollerabile ingerenza». Ma proprio la sparatoria di Rozzano mi fa domandare se per caso non avesse ragione il ministro di grazia e giustizia quando disse pressappoco: va bene, svuotiamo le galere, ma in capo a due settimane tutto sarà come prima. Anche peggio (dico io).
No commentsRadio Maryja
Sul «Corriere della Sera» del 29 luglio u.s. leggo un lungo articolo dedicato alla polacca Radio Maryja e al suo fondatore, il redentorista Tadeusz Rydzyk. Gli occhielli riassuntivi del contenuto, a destra e a sinistra, citano: «Bruxelles vuole imporci l’eutanasia, l’aborto e i matrimoni omosessuali» e «E’ un pubblico per lo più anziano, fatto di gente poco istruita, spaventata dal mondo moderno».
Il succo del discorso è questo: la radio, seguita da oltre sei milioni di persone, è contraria all’adesione della Polonia all’Unione europea. Ora, poiché il papa e le gerarchie ecclesiastiche si sono schierate per l’ingresso, ecco la notizia: ci sono non pochi irriducibili guidati da un prete.
La strategia della Chiesa, suppongo, è questa: è meglio star dentro piuttosto che fuori, in modo da far pesare in senso cristiano i voti di un’intera nazione (e, perché no, diluire l’influenza di quelli che di cristianesimo non vogliono sentir parlare nemmeno nel preambolo della costituzione europea). Il governo di sinistra, paventando il non raggiungimento del quorum, non ha saputo più cosa promettere pur di avere l’appoggio dei vescovi. Infatti, come nota l’articolista, «il maggior numero dei votanti si è registrato, specie nelle campagne, dopo la fine della messa domenicale». Segno che la predica aveva fatto effetto.
Ma torniamo all’occhiello di cui sopra, quello che recita: «E’ un pubblico per lo più anziano, fatto di gente poco istruita, spaventata dal mondo moderno». La frase è di un sociologo polacco, che non conosco, ripresa nel corpo dell’articolo. Articolo che, però, comincia così: «La giovane attivista ha piazzato in bell’ordine davanti alla chiesa di Sant’Anna i cartelli contro l’Unione europea».
Dunque è una ragazza. Che spiega: «Non cesseremo mai di lottare contro un’Unione neopagana che vuole imporci l’eutanasia, l’aborto e i matrimoni omosessuali». L’articolo elenca, poi, i dati dell’«impero» mediatico di Radio Maryja, non trascurando, correttamente, di evidenziare che è esentasse. Né che identifica i «nemici» della Polonia con «ebrei, massoni, i nuovi ricchi…» e che «scivola di tanto in tanto in sfuriate antisemite». Poiché non parlo il polacco non so come effettivamente stia l’antisemitismo di quella popolare radio.
Dunque, prendo atto e deploro. Tuttavia non capisco come una radio con un pubblico «anziano» possa avere come attivista una «giovane». Anche lei «spaventata dal mondo moderno»? Sia come sia, «anziano» è anche il papa, eppure… Io, che ascolto la Radio Maria italiana, non sono affatto «poco istruito», e conosco molti ascoltatori anche più laureati di me. In Polonia è diverso? Oppure, se sei milioni di persone votano come piace a noi diventano giovani, diplomati e impavidi?
No commentsFamiglia
Ricevo e divulgo. La notizia è comparsa su «Avvenire» il 24 luglio e mi è stata girata da politica_cattolici@yahoogroups.com due giorni dopo. Riassunto: la Regione Sicilia ha varato un pacchetto di provvedimenti a favore delle famiglie (contributi per l’acquisto della prima casa ai neosposi, aiuti ai nuclei che ospitano anziani o disabili, una somma di denaro per ogni nuovo nato in situazione di bisogno economico, sussidi alle ragazze madri, eccetera).
Niente di speciale, insomma: è quello che ogni amministrazione decente dovrebbe fare. La particolarità che fa notizia sta in una dichiarazione del “governatore” siciliano Totò Cuffaro: «Nella Costituzione esiste una famiglia, quella fondata sul matrimonio».
E qui ti voglio! –avrebbe detto un altro Totò. Solo che quest’ultimo era un comico napoletano e si chiamava Antonio, mentre il presidente siciliano fa un mestiere terribilmente serio e si chiama Salvatore. Quest’ultimo, esponente dell’Udc, sapeva bene di star sollevando un vespaio escludendo, e per principio, le cosiddette «famiglie di fatto».
Ma, onore al merito e alla coerenza, ha posto sulla questione un fermissimo aut-aut, perché per lui (e anche per me e per tutti quelli che non si lasciano sciacquare i cervelli dalle propagande altrui) «famiglia» non è una semplice giustapposizione di gente che «decide di comprare una lavatrice insieme» (secondo una definizione di «coppia» recentemente coniata da un sociologoà la page).
Dunque, tutto il rispetto per le libere scelte di ognuno, ma il denaro pubblico va alla Famiglia. Chi ne vuole un po’, fondi una Famiglia e non faccia pesare sulla collettività i suoi personali gusti. La fermissima presa di posizione di Cuffaro ha vanificato l’emendamento “trasversale” (cioè, non solo le sinistre ma anche i “laici” ovunque posizionati) teso ad estendere le provvidenze in senso più “moderno”.
Ovviamente non poteva mancare lo scontro verbale tra il presidente suddetto e il capogruppo di Rifondazione comunista. Il quale, a proposito di nomi, si chiama Francesco Forgione. Per chi non lo sapesse (ma chi non lo sa?) si chiamava così, al secolo, Padre Pio.
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