Archiviati per August, 2003
Sinistre
I due sistemi per non sapere nulla sono:
1) la mancanza totale di informazioni,
2) l’eccesso di informazioni.
Il secondo è il migliore, perché, non facendo capire niente, fa credere al disinformato di sapere tutto. Ebbene, applicando questa regola all’attuale situazione politica, cosa si ricava?
L’opposizione accusa la maggioranza di non saper governare, di occuparsi solo dei problemi giudiziari del suo leader, di non voler risolvere il conflitto di interessi di quest’ultimo, in una sarabanda quotidiana e continua di rogatorie denegate, processi contestati, pool, interviste, dichiarazioni, repliche, vesti stracciate, richieste di dimissioni, timori per la democrazia, lamentele, deplorazioni, attacchi verbali, durissime reazioni, pronte risposte, fermezze, distinguo, editoriali al vetriolo ed elzeviri al curaro.
Se io fossi Bertoldo, tuttavia, dedurrei quanto segue: le sinistre dicono che le destre sono peggiori di loro. Ma mi sfuggirebbe (anche perché non lo dicono mai) in cosa esse sarebbero migliori. In soldoni, non sento un discorso del tipo: se ci fossimo noi al governo faremmo questo, questo e quest’altro.
Sentendo ciò, l’elettore avrebbe un’idea abbastanza chiara sul perché dovrebbe preferire gli altri agli uni. Invece, al di là dei girotondi, dei cortei, delle manifestazioni, degli scioperi, degli allarmi, dei «Nanni e ballerine» (caustica definizione di uno al di sopra di ogni sospetto: Oreste Scalzone), non si vede né sente altro.
Le sinistre hanno un programma politico e amministrativo migliore? Benissimo, siamo tutt’orecchi. Il guaio è che non sentiamo niente.
Laddove, col precedente governo, abbiamo visto. Abbiamo visto all’opera suppergiù quel che avrebbe fatto anche la destra, per il semplice motivo che, piaccia o no, certe guerre si devono combattere, certe alleanze vanno rispettate, certi conti devono quadrare e certi scioperi sono inopportuni. Per chiunque.
Viene un sospetto: poiché all’interno dell’opposizione la componente comunista ed ex comunista è molto forte, essa finisce col dare la “linea”. Ebbene, l’esperienza insegna che i comunisti sanno far bene solo una cosa: prendere il potere e tenerselo. In questo sono i migliori in assoluto.
Del resto, tutta la loro letteratura, fin da Marx, non parla d’altro. Una tradizione unica al mondo e con un secolo e mezzo di anzianità li ha resi quasi perfetti in questo. Il punto è che non c’è un solo rigo, in queste letteratura e tradizione, che descriva cosa succede una volta raggiunto lo scopo.
Ma tralasciamo la storia del «socialismo reale». Qui ed ora, qual è la loro cultura politica? Statalismo sempre e comunque? Concerti rock? Società multietnica? No global? Antiproibizionismo? Ecologismo in ogni caso? «Famiglie di fatto»?
Qual è il loro ideale di Italia, un unico, gigantesco «centro sociale»? Si badi: le mie sono domande pure e semplici. Da Bertoldo, appunto. Alle quali sarebbero gradite risposte (purchè non in politichese).
1 commentLavoro
Sul Corsera del 24 luglio u.s. c’era un’intervista con foto. A una famiglia della periferia milanese. Coppia giovane, sui trent’anni, una figlia di un anno e mezzo. Lei è laureata, lui quasi. In due, con tutta evidenza sotto-occupati, portano a casa milleottocento euro al mese.
Tre milioni e mezzo circa di vecchie lire. Hanno comprato l’appartamento in cui vivono, ottanta metri quadri. Pagano il mutuo e le spese condominiali. L’articolo è una dettagliata analisi delle loro spese fisse. Che sono pari a quello che guadagnano.
Avranno seri problemi a breve con la retta dell’asilo-nido della bimba, visto che non sanno a chi lasciarla. Lei, per non perdere parte dello stipendio, è rientrata al lavoro poco tempo dopo la nascita della figlia. Con qualche lezione serale di italiano (forse a immigrati) tamponano gli imprevisti: il dentista, per esempio. Cambiare la vecchia utilitaria che è agli sgoccioli? Non se ne parla.
Cinema, pizza, vacanze: niente. Lavoro e basta. Un altro figlio? Follia pura. Insomma, l’identikit-tipo della famiglia italiana che vive del proprio lavoro. E vive solo per lavorare. Matrimonio tardivo, un figlio unico. Che bisogno c’è di dar la colpa all’edonismo?
Sono i prezzi l’anticoncezionale per eccellenza, e una vita sociale sempre più calibrata sulle «esigenze della produzione» (che poi «produzione» non è più da un pezzo, bensì «terziario»; alla «produzione» pensano i cinesi). Lo Stato e le politiche familiari?
Come diceva Totò: ma mi faccia il piacere!… Ricordo che quello descritto era suppergiù il tipo di esistenza che conduceva una famiglia operaia monoreddito negli anni Cinquanta. La quale, però, si permetteva almeno tre figli che riusciva anche a far studiare. Lo ricordo bene perché la mia, di famiglia, era così.
Questo è, dunque, il meraviglioso progresso della Quinta Potenza Industriale in mezzo secolo? Complimenti. E complimenti anche per quei sette milioni di poveri («sotto la soglia della povertà», recita la voce apposita nelle statistiche) che a tutt’oggi ci vivono.
Lavoro, dunque (se lo trovi), e nient’altro. A parte, s’intende, i molti canali televisivi a disposizione (negli anni Cinquanta ce n’era solo uno). Nei quali hai tutti i giorni sotto il naso i lustrini di quelli che ben altra vita conducono.
No commentsCinema
Leggo una notiziola da poche righe nella pagina degli spettacoli. Riassumibile così: i film italiani incassano pochissimo al botteghino. Anzi, pare che a ogni rilevamento venga battuto il record negativo precedente. Devo dire che me l’aspettavo.
E non solo perché sono fra quelli che contribuiscono, con la loro assenza dalle sale, a mantenere il record (i film italiani non li guardo neppure quando passano in tivù, neanche se li allegano ai settimanali; mica per partito preso: mi annoiano). Ricordo che, quando mio padre aveva l’età che ho io adesso, se in tivù passavano un film francese cambiava canale commentando infastidito: «Francese… figuriamoci!».
Pur non essendo laureato e neanche diplomato, mio padre applicava il semplice buonsenso dello spettatore medio. I film francesi erano noiosi. Sempre. Adesso tocca a me dire la stessa cosa, e non solo per i film francesi. Il fatto è che gli europei, ormai, sono abituati a mungere il contributo statale e fanno film solo in funzione della critica dei vari festival.
Gli italiani, poi, sono ossessionati dal «capolavoro» e ambiscono ai nastri d’argento, le palme d’oro, i leoni alati e gli orsi di Berlino, Tel Aviv, Praga e via premiandosi addosso l’un l’altro. Ma i loro «generi» sono due e sempre due: il film «coraggioso» e «di denuncia» (sempre a senso unico, naturalmente) o la commedia scollacciata e impreziosita di volgarità natalizie «per famiglie».
Se «scavano nei sentimenti» te ne esci col mal di (o il volta) stomaco. E’ inutile, attualmente il cinema americano è imbattibile. Il suo segreto? E’ sempre epico, anche quando parla di intimismi. E si è dimostrato, più volte, capace di produrre anche capolavori. Sarà perché lo Stato non gli dà un dollaro? Temo di sì.
E’ un circolo vizioso: se hai bisogno del denaro pubblico per fare un film, va da sé che finisci (o cominci) con l’allinearti politicamente e, dunque, ideologicamente.
Gratta gratta, infatti, in Italia i cineasti si sa come la pensano. Se invece devi finanziarti col solo botteghino, a quel punto sei costretto a impipartene dei critici militanti e delle giurie dei festival perché il tuo signore e padrone è solo uno: il pubblico pagante.
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