Archiviati per August, 2003

Metempsicosi

Da Ugo Plez, Le scienze perdute, Mondadori 1991 (ma la prima edizione del libro è del 1972), p. 103 ss.: «In epoca moderna, il maggior rappresentante del razionalismo, Leibniz, e il maggior rappresentante della corrente opposta, l’empirismo, Hume, sostennero questa teoria. Hume diceva che la dottrina della metempsicosi è la più razionale delle teorie sulla morte che siano state emesse. Il movimento che sintetizzò l’empirismo e il razionalismo, l’idealismo, sostenne la metempsicosi nella maggior parte dei suoi rappresentanti. 

La filosofia di Kant ha con essa numerosi punti di contatto, e così la filosofia di Schelling. Fichte la sostenne molto duramente, e con Fichte anche Hegel, il fondatore della dialettica. Abbiamo nominato solo una piccolissima parte di coloro che l’hanno sostenuta, tra i grandi pensatori occidentali. Cartesio, sebbene non si sia occupato del problema, ha lasciato nelle sue opere, considerate il fondamento della scienza moderna, tutte le premesse per dedurre la metempsicosi. 

Tra gli uomini politici di maggior rilievo sostennero la metempsicosi il nostro Mazzini, fondatore dell’ideologia repubblicana, oltre ai famosi sociologi indiani Aurobindo Sri, Krishnamurti e l’immancabile Gandhi». Sono, queste, certo, affermazioni decise che però andrebbero verificate caso per caso. Così, a memoria, oltre a Giordano Bruno (menzionato poco prima), possiamo avallare la propensione a tale credenza in Mazzini. Ma, per il resto, giriamo la questione ai conoscitori delle opere di quei filosofi. 

Tuttavia, qui, ci chiediamo: ma tutta questa gente (e tutta quell’altra che ci crede) ci tiene tanto a reincarnarsi? Figuratevi il dover ricominciare tutto da capo in questa Valle di Lacrime, dalle sculacciate appena nasci (per farti piangere, sennò non sei dei nostri) all’agonia in clinica (nella migliore delle ipotesi), passando per i migliori anni della vita trascorsi zitti e seduti sul banco, a fare esami, a cercare lavoro, a pagare mutui, a dover andare d’accordo con la suocera, a preoccuparsi per i figli, a versare la pensione al servizio sanitario… 

No, no. Forse non sarà «la più razionale delle teorie sulla morte» ma quella dell’«eterno risposo» è senz’altro la più consolante.

No comments

Privacy

L’edonismo è una filosofia che poggia su alcuni irrinunciabili presupposti: 

a) salute fisica e mentale, 
b) giovane età, 
c) bellezza e prestanza fisiche, 
d) soldi, 
e) simpatia e socievolezza. 

Naturalmente, poiché lo scopo della vita, in tale filosofia, è essere il più felici possibile qui e subito, la tutela della privacy è irrinunciabile. Voglio fare quel che mi pare (nel rispetto delle leggi); dunque, fatevi i fatti vostri e non impicciatevi. Nelle grandi città specialmente, il «diritto» è più facilmente rispettato. 

Più a Nord vai e meglio è. Il guaio è che il diritto te lo rispettano anche contro la tua presumibile volontà. Per esempio, i vicini si impicceranno dei fatti tuoi solo quando la puzza del tuo cadavere, esalante da sotto la porta, darà fastidio a loro. 

Solo in quel caso chiameranno la polizia. La quale chiamerà i pompieri. I quali, sfondato l’uscio, chiameranno la disinfestazione. Purchè ciò non accada nel week end, sennò bisogna aspettare il lunedì. Così, pari pari, è accaduto al romano Mario Gambetta, ottantaduenne e morto da mesi. Sì, avete letto bene: da mesi. 

Trovato sabato sera, lo si è potuto rimuovere solo il lunedì 21 luglio ultimo scorso. Non è colpa di nessuno, è inutile fare i moralisti. 

L’edonismo genera anche la mistica dei «diritti», tra cui quello, tutto burocratico, al week end. Ora, l’edonismo è oggi di massa, ma non per colpa della massa, sia chiaro: le filosofie non nascono nei cervelli per generazione spontanea; qualcuno ce le mette. 

Ed è dal Sessantotto in poi che si lavora scientificamente (eh, la televisione entra in tutte le case) in tal senso. Dell’edonismo fa parte, ci si faccia caso, l’amore sempre più viscerale per i cani da compagnia, il cui abbandono è giustamente e severamente sanzionato. 

Ma il Gambetta era un uomo. Di più: era un invalido di guerra. Ripeto: di guerra. La Patria ringrazia.

No comments

Educare

Nella località lacustre dove ogni tanto vado a cercar frescura, silenzio e «misura d’uomo», alla giunta comunale è saltato il ghiribizzo di togliere i cassonetti dei rifiuti dalle strade. 

Per la bisogna ci stanno dei bidoncini in plastica verde-militare nei cortili dei condomini. Sono tanti e ciascuno provvisto di etichetta: «umido», «carta», «vetro», «secco non riciclabile», «plastica» e via ingiungendo. La classificazione dei rifiuti va fatta, obbligatoriamente, in casa all’atto del rigetto, avendo cura di utilizzare, per l’«umido», speciali sacchetti in fibra di mais che il classificatore casalingo deve acquistare a sue spese. 

Sono davvero piccoli, così da dover comprarne tanti. I bordi sono tagliati pari e vanno legati con l’annesso filo la cui consistenza è quella di un refe da sarto. Se fate la prova, vi accorgete che, per poter chiuderlo, dovete riempire il sacchetto a meno di tre quarti (ulteriore astuzia del produttore). 

Poi, delle due l’una: o vi caricate come muli per andare a gettar via i vari sacchi, sacchetti e sacchini, o scendete in cortile un paio di volte al giorno. Io, per esempio, il cortile non l’ho, e mi tocca 
a) disporre i sacchetti nell’ascensore, 
b) scendere i cinque piani che mi separano dal piano rialzato, 
c) un rampa di scalini, 
d) deporre il carico e aprire il portone, 
e) ricaricarmi del tutto e uscire in strada, 
f) entrare nel portone accanto («accanto» si fa per dire, perché è distante),
g) raggiungere il cortile del condominio attiguo che, dietro convenzione (non gratuita), permette lo scarico dei rifiuti limitrofi, 
h) non sbagliare bidoncino anche se molti di questi, quando arrivo io, traboccano. 

Il pensiero va a tutti quei vecchietti (e sono, statistiche alla mano, il 20-25% della cittadinanza) che devono fare quel che faccio io, compreso il previo scervellarsi domestico onde stabilire cosa si intenda esattamente per «secco non riciclabile». 

E mi chiedo (fra le altre cose): se la raccolta differenziata la devo fare io e i sacchetti devo comprarmeli, perché pago le tasse di nettezza urbana? Così, approfittando del mio status di giornalista, ho pubblicato una «lettera aperta» su un noto quotidiano nazionale, allegando anche le dichiarazioni del responsabile della raccolta rifiuti milanese (ripeto: di Milano, non di un qualsiasi comune di provincia), il quale non provvede alla raccolta differenziata perché, parole sue, non solo non serve a nulla ma addirittura ha, per l’erario, un costo superiore al guadagno. Qualche tempo dopo apparve, sullo stesso foglio, la risposta del sindaco (della cittadina di cui sopra): un puro politichese zeppo di cifre e statistiche di cui confesso di non aver capito niente. 

Tranne una frase: «…educare il cittadino…». Che, data la mia professione, mi ha subito evocato il giacobinismo. Occhio, perché la malattia sta a destra come a sinistra. Prepariamoci a un’epoca in cui non eleggeremo più «amministratori» bensì «educatori» della collettività. Per amore o per forza. A spese della suddetta. 

Già i prodromi ci sono tutti: non fumare, non bere, non tirare tardi, metti il casco, allaccia le cinture, dimagrisci, vai a piedi o in bici, ricicla, accogli, sii solidale. E via obbligando e/o vietando. Ricordiamoci che anche i giacobini erano «liberali».

No comments

« Previous PageNext Page »

} catch(err) {}