Archiviati per September, 2003
Solidarietà
Uno degli aspetti più odiosi delle utopie è l’obbligatorietà delle «virtù».
Trasformare il mondo in un monastero, dove quelli che nel Vangelo sono semplici «consigli» diventino precetti gravissimi, è tipico del giro mentale giacobino. Il quale era stato mutuato dal fondamentalismo protestante estremo dei secoli precedenti. Nella Francia rivoluzionaria si doveva girare provvisti di «certificato di civismo», e guai ad esserne trovati privi. Nella Münster anabattista del XVI secolo squadre di ragazzini denunciavano alle autorità i possessori di specchi, collane, nastri. In entrambi i casi, la mannaia lavorava.
Nella Ginevra di Calvino una sorta di «polizia delle anime» irrompeva nella case a frustare gli oziosi e a controllare la sobrietà dell’arredamento. La lettera scarlatta di Nathaniel Hawthorne racconta come andavano le cose nell’America dei Padri Pellegrini. Abbiamo visto roba del genere ancora ai nostri giorni, fra i talebani afghani e nell’Iran khomeinista. Direte che qui c’entra l’islam, non le utopie.
Giusto. Ma non pochi conoscitori di rilievo del mondo islamico hanno fatto osservare che il cosiddetto fondamentalismo islamico è più tributario del giacobinismo che della religione musulmana; anche il termine «fondamentalismo» è prelevato dalla cultura occidentale.
Questo «ritorno alla letteralità» non ha riscontri nella storia islamica. Lo si trova solo nel fariseismo dei tempi di Cristo o nelle eresie cristiane. E, in effetti, l’islam, al suo apparire, fu visto come un’eresia cristiana (ci volle qualche secolo prima che gli occidentali avessero le idee un po’ più chiare sul suo conto). Anche le utopie sono eresie cristiane.
Augusto Del Noce definiva, per esempio, nazismo e comunismo «eresie gnostiche di massa». La tentazione di utopizzare è sempre presente, soprattutto fra i cristiani. Infatti, le grandi utopie moderne sono nate in casa cristiana. Lo stesso termine, «utopia», non è che il titolo di un’opera di s. Thomas More, umanista e martire del XVI secolo.
Far diventare -ripetiamo- il mondo un unico monastero è, non a caso, tipica tentazione di preti e monaci. Lutero era un monaco agostiniano («Tutta la vita del cristiano deve essere una penitenza»: così recita la prima delle novantacinque tesi che egli affisse sulla porta della cattedrale di Wittemberg nel 1517), Calvino era un chierico, Giordano Bruno e Tommaso Campanella erano domenicani…
L’Inquisizione fu, da questo punto di vista, più che altro un «affare interno» della Chiesa, dal momento che davanti a quel tribunale comparivano quasi esclusivamente preti e frati. Ora, psicologicamente parlando, il desiderio compulsivo di costringere gli altri a vederla come la vedi tu si chiama «delirio di onnipotenza».
O, evangelicamente, superbia. Ami i poveri? Bravo. Porgi l’altra guancia? Perfetto. Ma quando cominci a pretendere che anch’io straveda per i poveri e porga la mia, di guancia, allora non ci siamo.
Ricordo che, qualche anno fa, in una puntata di uno di quegli show che contrapponevano litiganti, da una parte c’era un prete che aveva aperto un «centro di accoglienza» nella sua parrocchia e, dall’altra, gli abitanti del quartiere interessato; questi, dall’oggi al domani, si erano ritrovati a dover fare i conti con risse, scippi, spaccio e paura di uscir di casa.
Certo, il prete accoglieva solo brave persone e onesti lavoratori, e i corollari non erano colpa sua. Tuttavia, egli inveiva contro i concittadini accusandoli di scarsa «solidarietà». Io stesso ho partecipato, in altra occasione, a dibattito televisivo in una città «rossa», il cui quartiere più «rosso» non voleva un progettato «campo nomadi»: cifre alla mano, i furti e le aggressioni avevano subito un’escalation e quei cittadini proponevano di distribuirla, la «solidarietà», anche fra gli altri quartieri.
E’ noto che, più recentemente, certi comboniani di Castelvolturno (cinquemila extracomunitari su diciottomila abitanti) si sono incatenati davanti alla prefettura per denunciare le «violenze» poliziesche contro gli immigrati illegali e la «nazista» legge Bossi-Fini.
Sappiamo come vanno le cose, in casi del genere: se ti lamenti del disagio sei un «razzista» o, se sei un parrocchiano frequentante, un «egoista» che pensa solo alla sua comodità infischiandosene dei bisognosi. Un libro che ha molto venduto ricorda agli italiani «quando gli albanesi eravamo noi»; cioè, che anche gli italiani sono stati immigrati e che erano giudicati «brutti, sporchi e cattivi».
No commentsAnziani
Stimolato da una lettrice di questi Antidoti, butto là qualche riflessione su quello che sarà l’argomento numero uno dei prossimi anni. La bolla di calore che ha oppresso l’Europa questa estate si è portata via sui ventimila anziani. Dalle interviste e dai resoconti cronachistici risultava che, da noi, il Sud ha retto meglio del Nord, la provincia se l’è cavata meglio della grande città.
E’ stato detto che non il caldo ma la solitudine ha ucciso. Facile, dunque, ricavare che agli anziani provvisti di famiglia è andata meglio che a quelli soli. Più la famiglia è numerosa (figli, nipoti) e fisicamente vicina, meglio è.
Nel Sud, dove divorzio e aborto incidono meno, la famiglia ha provveduto meglio che i «servizi» nel più efficiente Nord. Mi colpiva un’intervista a un’anziana milanese, che viveva sola nel suo appartamento. Il Comune le assicurava i pasti e anche il parrucchiere. Aveva il condizionatore.
A domanda, rispondeva che la cosa più brutta è la solitudine, ma consigliava i suoi coetanei di evitare come la peste la casa di riposo. Già, perché il problema-anziani non è solo sanitario.
Hanno fame di compagnia ma non vogliono lasciare le loro cose, i loro ricordi, le loro foto. Ora, fatte le debite eccezioni, la compagnia di un ottanta-novantenne non è delle più entusiasmanti: se ai giardini pubblici un vecchietto vi “aggancia”, si attacca con «dotto’, la mia vita è un romanzo!», cui segue racconto dettagliato che può durare ore e che non ammette interruzioni. Infatti, l’anziano ha di solito bisogno non di interlocutori ma di un uditorio.
E non c’è «servizio sociale» né nipote che possa fornire ciò più di qualche minuto una tantum. Nella casa di riposo al massimo ci sono interlocutori ma nessuno disposto a far da uditorio. E poi, le case di riposo vere non sono quelle del film Cocoon, bensì ospizi in cui va già bene se non incappi nella maleducazione del personale.
Certi anziani, poi, non di rado sono persone insopportabili, i cui capricci non puoi reprimere (osta il rispetto, talvolta la cardiopatia) come si fa coi bambini. Il vecchietto arzillo e simpaticone delle pubblicità televisive è, appunto, una fiction. La realtà di molti è fatta di medicine da prendere continuamente, e che si scordano regolarmente di prendere (o non ricordano dove le hanno messe), con conseguenti, reiterati ricoveri e analisi e andirivieni dal medico per le ricette, e dal farmacista, e qualcuno che li accompagni o faccia la fila per loro. La medicina moderna ha allungato, sì, la vita ma dimenticando di inventare, prima, l’elisir di giovinezza. Dunque, ha solo allungato la vecchiaia. E, statistiche alla mano, la vecchiaia malata è la regola, quella sana l’eccezione. Dopo i settanta, l’incidenza dei malanni subisce un’impennata. Ma la medicina moderna fa miracoli e prolunga le cose fin oltre i novanta. Così, figli settantenni e acciaccati devono occuparsi di genitori ultranovantenni e sempre più fragili. Ci sono i nipoti?
E dove? In Paesi, come il nostro, a natalità zero? Con una «flessibilità del lavoro» che costringe i pochi giovani presenti a vivere a centinaia di chilometri di distanza? Ma lasciamo gli esempi estremi e prendiamo quelli medi: genitori settanta-ottantenni con figli quaranta-cinquantenni.
Fra questi ultimi le percentuali di separati e divorziati sono alte; se hanno figli, questi, di nonni, ne hanno almeno sei, ed è molto probabile che i «rapporti umani» tra loro non siano dei migliori. Ammettiamo che non siano separati: ormai ci si sposa tardi e più tardi ancora ci si riproduce. Così, una coppia di quarantenni, oltre a lavorare (entrambi), deve provvedere sia ai padri che ai figli (i quali spesso sono uno solo, altro che «i nipoti»).
Si aggiunga l’attaccamento di ogni anziano alla sua casa, cosa che rende impossibile accorpare il nonno, la prozia e la consuocera in un unico appartamento onde meglio provvederli. Così, fra anziani e separati esingles, tra breve ci vorrà una casa per abitante.
La «badante» è una soluzione, certo, ma non di rado cozza con la difficoltà di accettazione della stessa da parte dell’anziano badato. Il quale, ci si faccia caso, vuole essere badato solo dai figli e da nessun altro.
Ma far coabitare suocera e nuora era un problema nel Secondo, figuratevi nel Terzo Millennio. E’ squallido aver dovuto prenderne atto, ma la bolla di calore francese, quella che ha sterminato il maggior numero di anziani, ha fatto tirare un respiro di sollievo a non pochi.
Alcuni dei quali non si sono affatto vergognati di dichiarare di non aver alcuna voglia neanche di spendere per il funerale del vecchietto, col quale non era mai andato d’accordo quand’era in vita né, figurarsi, si è dato pena di accudire nell’inferma vecchiaia. Vedrete che, tra non molto, il tema dell’eutanasia occuperà il dibattito, esattamente come fu, a suo tempo, per quello dell’aborto.
Urge, più che mai, che il Dio dei cattolici susciti fondatori di congregazioni religiose dedite all’assistenza degli anziani, con consacrati che riescano a vedere, e davvero, Cristo in ciascuno degli assistiti.
Altrimenti, occorrerà pregare il Padrone della vita che, la vita, se la riprenda al tempo giusto, prima che la medicina moderna ci costringa a restituire alla Sanità pensione e liquidazione.
Perché uno, dopo aver fatto quel doveva in questa vita, ha diritto al meritato eterno riposo. Senza dover subire l’umiliazione (quando la avverte) di essere diventato un peso ingestibile.
No commentsReligione superiore
Sul Corriere della Sera del 4 settembre u.s. è apparsa un’intervista a Denis MacShane, britannico ministro per i rapporti con l’Europa. Tema, il solito: la Costituzione europea.
Ora, com’è noto, l’Inghilterra è sempre stata la più euroscettica (anche il famoso cantante Paul McCartney non ne vuole sapere), e ancora larghe fasce della sua opinione pubblica non vedono di buon occhio la sostituzione della sterlina con l’euro (infatti, il primo ministro Blair ha giudiziosamente rimandato la decisione sul referendum per l’adozione della moneta unica).
Hanno attratto particolarmente la mia attenzione le ultime due domande dell’intervista di Claudio Lindner, per le risposte che hanno avuto.
Le riporto. D.: «C’è chi rilancerà l’idea di inserire nella Costituzione le radici cristiane dell’Europa. Siete d’accordo?» (la richiesta verrà avanzata da Polonia, Spagna, Italia e Irlanda, nazioni cattoliche).
R.: «In Europa vivono 15 milioni di musulmani, 38 europarlamentari provengono da gruppi etnici diversi, con un diverso background. Mi pare che il linguaggio scelto da Giscard vada bene».
Commento (mio): anche le nazioni protestanti sono cristiane, ma l’insistenza del papa sul tema deve aver fatto loro temere un’appropriazione “papista” dell’idea (eh, cinque secoli di antipapismo non si cancellano facilmente).
Poi: i 15 milioni di musulmani vivono soprattutto in Francia, Germania e Inghilterra. Il loro ingresso è relativamente recente, e la Costituzione dovrebbe parlare di «radici».
Il numero complessivo degli europei è dell’ordine di centinaia di milioni. E anche gli europarlamentari sono centinaia (rispetto a quei 38 di «diverso background»).
Ma i rapporti maggioranza-minoranze sono quisquilie. La risposta alla seconda (e ultima) domanda taglia la testa al toro.
D.: «Vede dunque bene l’integrazione della Turchia?».
R.: «Sì, è una grande e bella sfida storica inserire nella Ue una democrazia a maggioranza islamica. Sarebbe un segnale globale: l’Europa ha abbandonato definitivamente la nozione di religione superiore, che tante devastazioni e distruzioni ha provocato».
Ora, il ministro sembra parlare non certo a titolo personale (come quel «siete d’accordo?» della domanda precedente lascia presumere).
Prima, par di capire, afferma che il presente (15 milioni di musulmani, 38 europarlamentari) fa aggio sul passato (le «radici»). Poi, è il contrario. Sì, perché le guerre di religione europee (cristiane) sono del XVI secolo, mentre attualmente la religione nel cui nome c’è chi provoca «devastazioni e distruzioni» è un’altra.
Ora, «il linguaggio scelto da Giscard» è di non nominarla proprio, la religione. Ma siamo sicuri che, così, l’Europa abbia «abbandonato definitivamente la nozione di religione superiore»?
Nella sua storia c’è stata una ideologia che si è imposta, a mano armata, proprio con la scusa che le religioni provocavano guerre, ed è l’Illuminismo.
Questa «religione laica», comunque, non poteva non dirsi cristiana. Infatti, tanto per dirne una, nacque in Europa e non avrebbe potuto nascere in alcun altro luogo.
Il titolo dell’intervista era: «L’Italia troverà un compromesso. Ma non insista sul cristianesimo». Già, che barba questa storia del cristianesimo. Chissà perché qualcuno ci insiste tanto. Forse perché (ma è un pensiero mio) non vorremmo appendere la giacca a un chiodo dipinto sulla parete?
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