Settembre 2003

Solidarietà

Uno degli aspetti più odiosi delle utopie è l’obbligatorietà delle «virtù». 

Trasformare il mondo in un monastero, dove quelli che nel Vangelo sono semplici «consigli» diventino precetti gravissimi, è tipico del giro mentale giacobino. Il quale era stato mutuato dal fondamentalismo protestante estremo dei secoli precedenti. Nella Francia rivoluzionaria si doveva girare provvisti di «certificato di civismo», e guai ad esserne trovati privi. Nella Münster anabattista del XVI secolo squadre di ragazzini denunciavano alle autorità i possessori di specchi, collane, nastri. In entrambi i casi, la mannaia lavorava. 

Nella Ginevra di Calvino una sorta di «polizia delle anime» irrompeva nella case a frustare gli oziosi e a controllare la sobrietà dell’arredamento. La lettera scarlatta di Nathaniel Hawthorne racconta come andavano le cose nell’America dei Padri Pellegrini. Abbiamo visto roba del genere ancora ai nostri giorni, fra i talebani afghani e nell’Iran khomeinista. Direte che qui c’entra l’islam, non le utopie. 

Giusto. Ma non pochi conoscitori di rilievo del mondo islamico hanno fatto osservare che il cosiddetto fondamentalismo islamico è più tributario del giacobinismo che della religione musulmana; anche il termine «fondamentalismo» è prelevato dalla cultura occidentale. 

Questo «ritorno alla letteralità» non ha riscontri nella storia islamica. Lo si trova solo nel fariseismo dei tempi di Cristo o nelle eresie cristiane. E, in effetti, l’islam, al suo apparire, fu visto come un’eresia cristiana (ci volle qualche secolo prima che gli occidentali avessero le idee un po’ più chiare sul suo conto). Anche le utopie sono eresie cristiane. 

Augusto Del Noce definiva, per esempio, nazismo e comunismo «eresie gnostiche di massa». La tentazione di utopizzare è sempre presente, soprattutto fra i cristiani. Infatti, le grandi utopie moderne sono nate in casa cristiana. Lo stesso termine, «utopia», non è che il titolo di un’opera di s. Thomas More, umanista e martire del XVI secolo. 

Far diventare -ripetiamo- il mondo un unico monastero è, non a caso, tipica tentazione di preti e monaci. Lutero era un monaco agostiniano («Tutta la vita del cristiano deve essere una penitenza»: così recita la prima delle novantacinque tesi che egli affisse sulla porta della cattedrale di Wittemberg nel 1517), Calvino era un chierico, Giordano Bruno e Tommaso Campanella erano domenicani… 

L’Inquisizione fu, da questo punto di vista, più che altro un «affare interno» della Chiesa, dal momento che davanti a quel tribunale comparivano quasi esclusivamente preti e frati. Ora, psicologicamente parlando, il desiderio compulsivo di costringere gli altri a vederla come la vedi tu si chiama «delirio di onnipotenza». 

O, evangelicamente, superbia. Ami i poveri? Bravo. Porgi l’altra guancia? Perfetto. Ma quando cominci a pretendere che anch’io straveda per i poveri e porga la mia, di guancia, allora non ci siamo. 

Ricordo che, qualche anno fa, in una puntata di uno di quegli show che contrapponevano litiganti, da una parte c’era un prete che aveva aperto un «centro di accoglienza» nella sua parrocchia e, dall’altra, gli abitanti del quartiere interessato; questi, dall’oggi al domani, si erano ritrovati a dover fare i conti con risse, scippi, spaccio e paura di uscir di casa. 

Certo, il prete accoglieva solo brave persone e onesti lavoratori, e i corollari non erano colpa sua. Tuttavia, egli inveiva contro i concittadini accusandoli di scarsa «solidarietà». Io stesso ho partecipato, in altra occasione, a dibattito televisivo in una città «rossa», il cui quartiere più «rosso» non voleva un progettato «campo nomadi»: cifre alla mano, i furti e le aggressioni avevano subito un’escalation e quei cittadini proponevano di distribuirla, la «solidarietà», anche fra gli altri quartieri. 

E’ noto che, più recentemente, certi comboniani di Castelvolturno (cinquemila extracomunitari su diciottomila abitanti) si sono incatenati davanti alla prefettura per denunciare le «violenze» poliziesche contro gli immigrati illegali e la «nazista» legge Bossi-Fini. 

Sappiamo come vanno le cose, in casi del genere: se ti lamenti del disagio sei un «razzista» o, se sei un parrocchiano frequentante, un «egoista» che pensa solo alla sua comodità infischiandosene dei bisognosi. Un libro che ha molto venduto ricorda agli italiani «quando gli albanesi eravamo noi»; cioè, che anche gli italiani sono stati immigrati e che erano giudicati «brutti, sporchi e cattivi».

Anziani

Stimolato da una lettrice di questi Antidoti, butto là qualche riflessione su quello che sarà l’argomento numero uno dei prossimi anni. La bolla di calore che ha oppresso l’Europa questa estate si è portata via sui ventimila anziani. Dalle interviste e dai resoconti cronachistici risultava che, da noi, il Sud ha retto meglio del Nord, la provincia se l’è cavata meglio della grande città.

E’ stato detto che non il caldo ma la solitudine ha ucciso. Facile, dunque, ricavare che agli anziani provvisti di famiglia è andata meglio che a quelli soli. Più la famiglia è numerosa (figli, nipoti) e fisicamente vicina, meglio è. 

Nel Sud, dove divorzio e aborto incidono meno, la famiglia ha provveduto meglio che i «servizi» nel più efficiente Nord. Mi colpiva un’intervista a un’anziana milanese, che viveva sola nel suo appartamento. Il Comune le assicurava i pasti e anche il parrucchiere. Aveva il condizionatore. 

A domanda, rispondeva che la cosa più brutta è la solitudine, ma consigliava i suoi coetanei di evitare come la peste la casa di riposo. Già, perché il problema-anziani non è solo sanitario. 

Hanno fame di compagnia ma non vogliono lasciare le loro cose, i loro ricordi, le loro foto. Ora, fatte le debite eccezioni, la compagnia di un ottanta-novantenne non è delle più entusiasmanti: se ai giardini pubblici un vecchietto vi “aggancia”, si attacca con «dotto’, la mia vita è un romanzo!», cui segue racconto dettagliato che può durare ore e che non ammette interruzioni. Infatti, l’anziano ha di solito bisogno non di interlocutori ma di un uditorio. 

E non c’è «servizio sociale» né nipote che possa fornire ciò più di qualche minuto una tantum. Nella casa di riposo al massimo ci sono interlocutori ma nessuno disposto a far da uditorio. E poi, le case di riposo vere non sono quelle del film Cocoon, bensì ospizi in cui va già bene se non incappi nella maleducazione del personale. 

Certi anziani, poi, non di rado sono persone insopportabili, i cui capricci non puoi reprimere (osta il rispetto, talvolta la cardiopatia) come si fa coi bambini. Il vecchietto arzillo e simpaticone delle pubblicità televisive è, appunto, una fiction. La realtà di molti è fatta di medicine da prendere continuamente, e che si scordano regolarmente di prendere (o non ricordano dove le hanno messe), con conseguenti, reiterati ricoveri e analisi e andirivieni dal medico per le ricette, e dal farmacista, e qualcuno che li accompagni o faccia la fila per loro. La medicina moderna ha allungato, sì, la vita ma dimenticando di inventare, prima, l’elisir di giovinezza. Dunque, ha solo allungato la vecchiaia. E, statistiche alla mano, la vecchiaia malata è la regola, quella sana l’eccezione. Dopo i settanta, l’incidenza dei malanni subisce un’impennata. Ma la medicina moderna fa miracoli e prolunga le cose fin oltre i novanta. Così, figli settantenni e acciaccati devono occuparsi di genitori ultranovantenni e sempre più fragili. Ci sono i nipoti? 

E dove? In Paesi, come il nostro, a natalità zero? Con una «flessibilità del lavoro» che costringe i pochi giovani presenti a vivere a centinaia di chilometri di distanza? Ma lasciamo gli esempi estremi e prendiamo quelli medi: genitori settanta-ottantenni con figli quaranta-cinquantenni. 

Fra questi ultimi le percentuali di separati e divorziati sono alte; se hanno figli, questi, di nonni, ne hanno almeno sei, ed è molto probabile che i «rapporti umani» tra loro non siano dei migliori. Ammettiamo che non siano separati: ormai ci si sposa tardi e più tardi ancora ci si riproduce. Così, una coppia di quarantenni, oltre a lavorare (entrambi), deve provvedere sia ai padri che ai figli (i quali spesso sono uno solo, altro che «i nipoti»). 

Si aggiunga l’attaccamento di ogni anziano alla sua casa, cosa che rende impossibile accorpare il nonno, la prozia e la consuocera in un unico appartamento onde meglio provvederli. Così, fra anziani e separati esingles, tra breve ci vorrà una casa per abitante. 

La «badante» è una soluzione, certo, ma non di rado cozza con la difficoltà di accettazione della stessa da parte dell’anziano badato. Il quale, ci si faccia caso, vuole essere badato solo dai figli e da nessun altro. 

Ma far coabitare suocera e nuora era un problema nel Secondo, figuratevi nel Terzo Millennio. E’ squallido aver dovuto prenderne atto, ma la bolla di calore francese, quella che ha sterminato il maggior numero di anziani, ha fatto tirare un respiro di sollievo a non pochi. 

Alcuni dei quali non si sono affatto vergognati di dichiarare di non aver alcuna voglia neanche di spendere per il funerale del vecchietto, col quale non era mai andato d’accordo quand’era in vita né, figurarsi, si è dato pena di accudire nell’inferma vecchiaia. Vedrete che, tra non molto, il tema dell’eutanasia occuperà il dibattito, esattamente come fu, a suo tempo, per quello dell’aborto. 

Urge, più che mai, che il Dio dei cattolici susciti fondatori di congregazioni religiose dedite all’assistenza degli anziani, con consacrati che riescano a vedere, e davvero, Cristo in ciascuno degli assistiti. 

Altrimenti, occorrerà pregare il Padrone della vita che, la vita, se la riprenda al tempo giusto, prima che la medicina moderna ci costringa a restituire alla Sanità pensione e liquidazione. 

Perché uno, dopo aver fatto quel doveva in questa vita, ha diritto al meritato eterno riposo. Senza dover subire l’umiliazione (quando la avverte) di essere diventato un peso ingestibile.

Religione superiore

Sul Corriere della Sera del 4 settembre u.s. è apparsa un’intervista a Denis MacShane, britannico ministro per i rapporti con l’Europa. Tema, il solito: la Costituzione europea. 

Ora, com’è noto, l’Inghilterra è sempre stata la più euroscettica (anche il famoso cantante Paul McCartney non ne vuole sapere), e ancora larghe fasce della sua opinione pubblica non vedono di buon occhio la sostituzione della sterlina con l’euro (infatti, il primo ministro Blair ha giudiziosamente rimandato la decisione sul referendum per l’adozione della moneta unica). 

Hanno attratto particolarmente la mia attenzione le ultime due domande dell’intervista di Claudio Lindner, per le risposte che hanno avuto. 

Le riporto. D.: «C’è chi rilancerà l’idea di inserire nella Costituzione le radici cristiane dell’Europa. Siete d’accordo?» (la richiesta verrà avanzata da Polonia, Spagna, Italia e Irlanda, nazioni cattoliche). 
R.: «In Europa vivono 15 milioni di musulmani, 38 europarlamentari provengono da gruppi etnici diversi, con un diverso background. Mi pare che il linguaggio scelto da Giscard vada bene».

Commento (mio): anche le nazioni protestanti sono cristiane, ma l’insistenza del papa sul tema deve aver fatto loro temere un’appropriazione “papista” dell’idea (eh, cinque secoli di antipapismo non si cancellano facilmente). 

Poi: i 15 milioni di musulmani vivono soprattutto in Francia, Germania e Inghilterra. Il loro ingresso è relativamente recente, e la Costituzione dovrebbe parlare di «radici».

Il numero complessivo degli europei è dell’ordine di centinaia di milioni. E anche gli europarlamentari sono centinaia (rispetto a quei 38 di «diverso background»).

Ma i rapporti maggioranza-minoranze sono quisquilie. La risposta alla seconda (e ultima) domanda taglia la testa al toro. 
D.: «Vede dunque bene l’integrazione della Turchia?». 
R.: «Sì, è una grande e bella sfida storica inserire nella Ue una democrazia a maggioranza islamica. Sarebbe un segnale globale: l’Europa ha abbandonato definitivamente la nozione di religione superiore, che tante devastazioni e distruzioni ha provocato».

Ora, il ministro sembra parlare non certo a titolo personale (come quel «siete d’accordo?» della domanda precedente lascia presumere). 

Prima, par di capire, afferma che il presente (15 milioni di musulmani, 38 europarlamentari) fa aggio sul passato (le «radici»). Poi, è il contrario. Sì, perché le guerre di religione europee (cristiane) sono del XVI secolo, mentre attualmente la religione nel cui nome c’è chi provoca «devastazioni e distruzioni» è un’altra. 

Ora, «il linguaggio scelto da Giscard» è di non nominarla proprio, la religione. Ma siamo sicuri che, così, l’Europa abbia «abbandonato definitivamente la nozione di religione superiore»?

Nella sua storia c’è stata una ideologia che si è imposta, a mano armata, proprio con la scusa che le religioni provocavano guerre, ed è l’Illuminismo. 

Questa «religione laica», comunque, non poteva non dirsi cristiana. Infatti, tanto per dirne una, nacque in Europa e non avrebbe potuto nascere in alcun altro luogo. 

Il titolo dell’intervista era: «L’Italia troverà un compromesso. Ma non insista sul cristianesimo». Già, che barba questa storia del cristianesimo. Chissà perché qualcuno ci insiste tanto. Forse perché (ma è un pensiero mio) non vorremmo appendere la giacca a un chiodo dipinto sulla parete?

Europa

Robi Ronza è senz’altro il miglior osservatore di cose internazionali che abbiamo a disposizione. 

Peccato che nessuno al governo se ne sia accorto (ma non sono pochi i cervelli di cui né l’attuale maggioranza né la Chiesa si accorgono). La sua rubrica settimanale, «Prisma» (su Il Giornale), merita di essere compulsata con attenzione soprattutto dai cattolici, di solito più attenti alle lamentazioni papali sulla mancanza di un riferimento al cristianesimo nella Costituzione europea che ai meccanismi per cui le cose vanno come vanno. Ora, nella puntata del 31 agosto u.s. il Ronza ha scritto letteralmente: «Il progetto di Costituzione europea, che la Convenzione ha ufficialmente pubblicato il 20 giugno, è pericoloso sia per la democrazia sia per la libertà». 

Come si vede, qui non si tratta di preamboli più o meno cristiani, ma di qualcosa di ben più grave. La Convenzione era stata convocata dal Consiglio europeo nel 2001 perché rispondesse a diversi quesiti, uno dei quali era questo: la semplificazione e il riordino dei trattati europei doveva «spianare la via all’adozione di un testo costituzionale»? Ma i centocinque membri della Convenzione (non eletti dai popoli) anziché rispondere di sì o di no hanno proceduto direttamente all’elaborazione di una bozza di Costituzione, trasformandosi di propria iniziativa in assemblea costituente. Poiché nessuno ha protestato, il sospetto è che già fossero tutti d’accordo. Solo che non si ha memoria di assemblea costituente non solo non eletta dal popolo ma addirittura così esigua. 

Della Costituzione elaborata da costoro sappiamo solo una cosa: la bagarre scaturita dalla mancanza, nel preambolo, di ogni riferimento alle radici cristiane d’Europa. Ma poco sapevamo del fatto che, per giustificare tale mancanza, si è rinunciato a ogni altra radice, cultura classica greca e illuminismo compresi. 

Commenta Ronza: «Il documento si apre così con una colossale censura della principale risorsa del nostro continente, ossia la sua storia e la sua ricca identità culturale». E fosse solo questo. La Costituzione parla solo di Stati, blandamente accennando alle autonomie locali e tacendo del tutto sulla società civile. 

Così, «lo sbandierato principio di sussidiarietà si applica solo al rapporto tra Unione e Stati membri». Il Ronza, che conosce i suoi polli, sa bene che anche questa cosa verrà fatta ingoiare agli europei con la solita scusa: «per restare in Europa». Ma il rischio è: «non appena lo vorranno i governi potranno schiacciare a loro piacimento le società civili dei Paesi ove sono al potere». Noi, nell’Ottocento diventammo italiani più per forza che per amore. Ora, ho l’impressione che dovremo diventare «europei» con lo stesso sistema (cannonate a parte).

Pellegrini

A milioni si ritrovano sulle rive dei fiumi sacri indiani (di cui il Gange è solo il più importante) per bagnarsi ritualmente e «purificarsi».

Folle immense periodicamente fanno la gioia delle telecamere occidentali che ne cavano i soliti documentari o i trenta secondi nei tiggì dell’ora di pranzo. I trenta secondi diventano qualcuno di più quando ci scappa la strage (che, per gli occidentali, «fa notizia»). 

Come quella avvenuta il 27 agosto u.s. a Nashik, sulle rive del fiume Godavari che dista circa tre ore di autobus da Bombay. Quarantacinque morti e centotrenta feriti, causati, secondo alcune fonti, dall’eccessiva calca; secondo altre, dal parapiglia provocato dal lancio di oggetti devozionali da parte di alcuni sadhu (quei santoni induisti, nudi e culturalmente incrostati di fango, che non di rado esibiscono uncini sulla lingua trafitta e matasse informi di lunghissimi capelli aggrovigliati). 

Le condizioni igieniche di quelle acque (che vengono anche bevute) fanno inorridire gli occidentali ma non producono una piega nei devoti. I quali sono di certo informati su bacilli e batteri (l’India esporta ingegneri informatici, ha un’industria cinematografica che rivaleggia quanto a numeri con Hollywood ed è una potenza nucleare) ma temono più la spirale delle reincarnazioni che la morte per malattia: tengono più all’altra vita che a questa. 

L’altro grande pellegrinaggio orientale che «fa notizia» è quello musulmano alla Mecca. 

Anche qui, folle immani e, talvolta, la strage per eccesso di ressa. La mente corre, per un paragone, ai grandi pellegrinaggi cristiani. Quello a Lourdes, soprattutto, che per affluenza rivaleggia col Gange e La Mecca. Anche qui ci sono acque da bere e in cui bagnarsi. 

Ma il pellegrinaggio cristiano non è affatto obbligatorio: va chi vuole. Si va non tanto per assicurarsi la vita eterna quanto per ottenere qualcosa in questa, di solito la guarigione. 

L’affollamento non vi ha mai costituito un problema e molti non tornano nella bara ma, anzi, se così si può dire, più vivi di prima. Molte altre riflessioni potrebbero trarsi dal confronto, ma le lascio a voi lettori. 

Qui mi limito a meditare su tutti quei battezzati nel nome di Gesù che, stufi del loro credo, si sono rivolti verso religioni orientali (cui vanno aggiunti coloro che, sempre più numerosi, passano all’islamismo). 

Chissà, forse il «peso» di Cristo era per loro troppo «leggero», e il suo «giogo» insopportabilmente «soave».

Marte

Il 26-27 agosto u.s. all’avvicinamento del pianeta Marte è stato dato ampio risalto dalla stampa. Sapevo che Franco Battaglia, scienziato e nemico acerrimo di ogni verdume apocalittico, avrebbe cantato fuori dal coro (per questo non mi perdo un suo articolo) e, su Il Giornale, così è stato. Premetto che, da sempre appassionato di fantascienza, d’istinto m’ero detto: visto che Marte è arrivato così vicino, cosa aspettiamo a farci un salto? Doccia fredda: «Le imprese di cosmonauti nello spazio non hanno alcuna giustificazione scientifica e da esse non si è imparato nulla». 

Ma come! e la Luna? «Anche se salutata dai media come l’inizio di una nuova era di esplorazioni umane dello spazio, la Scienza sapeva benissimo che la cosiddetta “conquista della Luna” sarebbe stata, invece, la fine di quell’era. Che nacque per una sola ragione: quella politica dei tempi della guerra fredda». In effetti, a ben pensarci, la Luna, conquistata, è stata subito abbandonata: lassù non c’è niente. La «corsa» era solo una reciproca dissuasione a piazzarci missili da sparare sulle capitali. I sovietici bluffavano, agli americani costava troppo. Fine della storia. Ma allora -ho pensato- perché ci sono cosmonauti ancor’oggi in orbita? 

«Gli uomini non hanno niente da fare nello spazio. Quello esterno alla nostra atmosfera è un ambiente, decisamente e oltre misura, a noi ostile». E poi, «gli astronauti in orbita attorno alla Terra non sono mai stati tanto distanti da noi più di quanto Napoli lo è da Milano. E la loro principale, quasi unica, occupazione è stata la preoccupazione di sopravvivere». E’ vero: la fanfara mediatica li accompagna quando salpano ma, al rientro, fanno poca notizia i mesi che loro occorrono per la riabilitazione dei muscoli e del resto. Sì, ma (insisto), Marte è là dietro, in due anni si va e si torna, che ci vuole? Implacabile, lo scienziato mi informa che «su quel pianeta non vi è un campo magnetico». Eggià: le radiazioni cosmiche; micidiali, sulla Terra non arrivano perché qui il campo magnetico deviante c’è. L’articolista è spietato anche riguardo a quelli che, ahimè, sono morti nel tentativo di avventurarsi nello spazio: «un inutile sacrificio». 

Così, mesto, ripenso a quelle paginate che, negli anni Sessanta, disegnavano cupole trasparenti e colonizzazione di altri mondi. Star Trek? Fantascienza, appunto. 

Gli alieni e gli incontri ravvicinati? Un mito moderno, del tutto simile a quelle testimonianze di marinai antichi su incontri più o meno ravvicinati con sirene, centauri, unicorni e semidei. Insomma, non andremo da nessuna parte? La Scienza risponde: e che ci andiamo a fare? Non mi rassegno: allora, siamo soli nell’universo? Replica: siamo oltre sei miliardi e aumentiamo; ti senti “solo”?

Basta, non voglio più ascoltare la voce della Scienza, mi rivolgo al teologo: padre, noi umani siamo davvero gli unici senzienti? 

Non direi -risponde- visto che ci sono gli angeli, i diavoli, le anime trapassate (che sono vivissime nell’aldilà) e Dio. Mi arrendo: del resto, anche l’astronomia deve continuamente ammettere l’assoluta unicità del pianeta Terra e di quanto contiene. Un’unicità, tra l’altro, scientificamente necessaria: posizione periferica in una galassia marginale (che salvaguarda dalle turbolenze del centro), distanza ottimale dalla sua stella, grandezza “giusta” di quest’ultima, un satellite gigante (caso unico), un pianeta immane come Giove nei paraggi (fa da parafulmine alle meteore)… Insomma, una serie di combinazioni che fanno, del nostro, un pianeta davvero unico. Le probabilità di trovarne un altro anche solo simile sono espresse in una frazione con troppi zeri. Forse, l’Eden della Bibbia non era un “giardino” ma un pianeta. Questo.

Amin

Poiché un giorno, con sorpresa, ho trovato uno dei miei Antidoti riprodotto a tutta pagina sul settimanale «Tempi», permettetemi di ricambiare oggi la cortesia. La stampa di tutto il mondo ha comunicato l’avvenuta morte di Idi Amin, già dittatore dell’Uganda dal 1971 al 1979. 

Nel ricordare chi era, è stato dato breve risalto alla ferocia con cui governò e al particolare folclorico dell’antropofagia rituale sui nemici uccisi (sempre che sia vero: a volte, da quelle parti, certe voci venivano lasciate circolare allo scopo di ingigantire la propria terribilità). Nient’altro. 

Per fortuna l’ottimo Rodolfo Casadei, sul n. 32 di «Tempi» (7 agosto 2003) ci ha raccontato un po’ di più. Innanzitutto: Amin è morto in un ospedale di Gedda, Arabia Saudita. Infatti, il «responsabile di torture, crudeltà da incubo e dell’uccisione di trecentomila persone, quasi tutte ugandesi», viveva sotto la protezione degli arabi, che in lui vedevano «un protagonista sfortunato del progetto di islamizzazione-arabizzazione dell’Africa orientale». 

Raggiunto il potere con, al solito, un colpo di stato, fu «il primo presidente dell’Africa nera a rompere i rapporti diplomatici con Israele (presso cui aveva ricevuto parte del suo addestramento militare) e ad ospitare l’Olp, che in Uganda ebbe a disposizione fattorie che trasformò in campi di addestramento negli anni dei dirottamenti aerei». Nel 1976 l’aereo di linea francese dirottato da terroristi palestinesi e della Raf (le «brigate rosse» tedesche) fu fatto scendere nell’ugandese Entebbe. 

Gli ostaggi vennero poi liberati dagli israeliani con uno spettacolare raid che fu celebrato in un film. Il quinto matrimonio del presidente ugandese ebbe un testimone di primo piano: Yasser Arafat. Nel 1979 le forze della ribellione di Obote e Museveni, aiutate dall’esercito tanzaniano, presero Kampala e rovesciarono il regime. Amin, che era supportato (anche militarmente) dai libici, trovò asilo a Tripoli. Poi, forse dal 1989, l’Arabia Saudita gli mise a disposizione una villa sul mare e una pensione in dollari. Perché mi sono occupato qui della morte di Amin? 

Perché è un classico esempio di inutilità dei media. Ogni notizia viene classificata in base allo spazio quotidiano e all’importanza che vi annette il direttore della testata. Se, poniamo, in un certo giorno «fa notizia», che so, il delitto di Cogne, il resto passa in cavalleria. Paginate e paginate su di esso, con commenti e approfondimenti e interviste e ricostruzioni al computer e interventi di esperti. 

Su una cosa che, come diceva Solzenitisin, il pubblico avrebbe il sacrosanto diritto di non sapere. Ricordate quando morì Giovanni Agnelli? Per una settimana, tre quarti del quotidiano, di ogni quotidiano, furono consacrati all’evento. 

Filippo Facci, editorialista de «Il Giornale», a un certo punto si chiese provocatoriamente cosa fosse successo nel mondo in quella settimana (per saperlo, occorreva consultare la stampa estera). 

Eh, prima di tutto si deve vendere. O tenere la gente incollata allo schermo. Gli sponsor pubblicitari premono, ci sono posti di lavoro in ballo… Lavoro? Beh, vi sembrerà strano ma tanti ci campano, con le «notizie». Pensate quanti giornalisti benedicono l’avvento di Berlusconi, fonte pressochè inesauribile. Di «notizie».

Scientismo

C’è qualcosa di teneramente patetico in questo bisogno di “confermare” per via scientifica la saggezza popolare.
L’accumulo delle esperienze empiriche di generazioni diventa «verità» solo quando può essere trasformato in numeri e annunciato da un signore in camice bianco. Solo allora la verità è vera: quando lo dice la Scienza.

In realtà, a certe cose (forse a tutte) la Scienza ci arriva buon’ultima. Come i Magi che, giunti alla grotta di Betlemme, trovarono che i Pastori era lì già da un pezzo. Così, solo alla fine del Secondo Millennio la Scienza si è accorta che i malati che pregano hanno migliori probabilità di guarigione degli altri; ha verificato, addirittura, che guariscono percentualmente in maggior numero quelli per i quali qualcun altro ha pregato. Ma c’è voluto il Terzo, di Millennio, perché la Scienza si arrendesse al fatto che il «gene» dell’adulterio è più maschile che femminile. 

Visto che c’era, qualcuno s’è preso la briga di frugare anche nel Dna degli omosessuali ma, immediatamente subissato di improperi, ha lasciato perdere. Così, di acqua calda in aria fritta, le «scoperte» vanno avanti per la gioia (finanziaria e di carriera) dei ricercatori e dei giornalisti. 

Ecco allora che ai primi di agosto di quest’anno l’università di Belfast scopre che gli ingegneri e gli scienziati sono mediamente più longevi degli artisti, e perfino che i laureati divenuti più ricchi hanno goduto di una salute migliore. Quanto sia difficile per un artista affermarsi e restare a galla lo sapeva anche Bertoldo. 

Un vero artista, poi, difficilmente non è psicologicamente un tormentato. Infine, il lavoro di un artista è una continua performance, con tutto il logorio che la cosa comporta. 

Nel mondo di oggi, quale ingegnere (di qualsivoglia specializzazione) è rimasto disoccupato? Comunque, la Scienza ci ha assicurato che i ricchi stanno meglio dei poveri, campano più a lungo e piangono meno. Cosa che si conferma incrociando i dati di quella ricerca con quest’altra proveniente da Pittsburgh e riferita dal Corriere della Sera in prima pagina il 18 agosto u.s.: «Chi è ottimista resiste meglio ai virus». Il nonno diceva: «cuor contento il ciel l’aiuta».

I napoletani: «guaglio’, nun te n’incarica’, penz’a’ salute!». Il bisnonno: «canta che ti passa». Gli avi: «il riso fa buon sangue». E così via. C’è da rifletterci quando, svogliati, ascoltiamo per l’ennesima volta l’ennesima, piatta, omelia domenicale sulla evangelica «parabola dei talenti»: chi ha un buon carattere gioviale, allegro e ottimista si ricordi di avere avuto in dotazione un «talento» in più che non è affatto merito suo; anziché vantarsene e usarlo per «godersi la vita» ne ringrazi Dio e lo impieghi bene, perché dovrà renderne conto. 

Ma torniamo alla Scienza e alle sue continue «scoperte». Anche noi scopriamo qualcosa: lo Scientismo non è mai morto. Figlio dei Lumi settecenteschi, ancora si aggira fra noi dispensando certezze. Con la Scienza, in realtà, non ha nulla a che fare perché è una religione. Dicesi religione quell’insieme di credenze che ha la pretesa di essere il depositario ultimo e inappellabile della Verità.