Archiviati per September, 2003
Europa
Robi Ronza è senz’altro il miglior osservatore di cose internazionali che abbiamo a disposizione.
Peccato che nessuno al governo se ne sia accorto (ma non sono pochi i cervelli di cui né l’attuale maggioranza né la Chiesa si accorgono). La sua rubrica settimanale, «Prisma» (su Il Giornale), merita di essere compulsata con attenzione soprattutto dai cattolici, di solito più attenti alle lamentazioni papali sulla mancanza di un riferimento al cristianesimo nella Costituzione europea che ai meccanismi per cui le cose vanno come vanno. Ora, nella puntata del 31 agosto u.s. il Ronza ha scritto letteralmente: «Il progetto di Costituzione europea, che la Convenzione ha ufficialmente pubblicato il 20 giugno, è pericoloso sia per la democrazia sia per la libertà».
Come si vede, qui non si tratta di preamboli più o meno cristiani, ma di qualcosa di ben più grave. La Convenzione era stata convocata dal Consiglio europeo nel 2001 perché rispondesse a diversi quesiti, uno dei quali era questo: la semplificazione e il riordino dei trattati europei doveva «spianare la via all’adozione di un testo costituzionale»? Ma i centocinque membri della Convenzione (non eletti dai popoli) anziché rispondere di sì o di no hanno proceduto direttamente all’elaborazione di una bozza di Costituzione, trasformandosi di propria iniziativa in assemblea costituente. Poiché nessuno ha protestato, il sospetto è che già fossero tutti d’accordo. Solo che non si ha memoria di assemblea costituente non solo non eletta dal popolo ma addirittura così esigua.
Della Costituzione elaborata da costoro sappiamo solo una cosa: la bagarre scaturita dalla mancanza, nel preambolo, di ogni riferimento alle radici cristiane d’Europa. Ma poco sapevamo del fatto che, per giustificare tale mancanza, si è rinunciato a ogni altra radice, cultura classica greca e illuminismo compresi.
Commenta Ronza: «Il documento si apre così con una colossale censura della principale risorsa del nostro continente, ossia la sua storia e la sua ricca identità culturale». E fosse solo questo. La Costituzione parla solo di Stati, blandamente accennando alle autonomie locali e tacendo del tutto sulla società civile.
Così, «lo sbandierato principio di sussidiarietà si applica solo al rapporto tra Unione e Stati membri». Il Ronza, che conosce i suoi polli, sa bene che anche questa cosa verrà fatta ingoiare agli europei con la solita scusa: «per restare in Europa». Ma il rischio è: «non appena lo vorranno i governi potranno schiacciare a loro piacimento le società civili dei Paesi ove sono al potere». Noi, nell’Ottocento diventammo italiani più per forza che per amore. Ora, ho l’impressione che dovremo diventare «europei» con lo stesso sistema (cannonate a parte).
No commentsPellegrini
A milioni si ritrovano sulle rive dei fiumi sacri indiani (di cui il Gange è solo il più importante) per bagnarsi ritualmente e «purificarsi».
Folle immense periodicamente fanno la gioia delle telecamere occidentali che ne cavano i soliti documentari o i trenta secondi nei tiggì dell’ora di pranzo. I trenta secondi diventano qualcuno di più quando ci scappa la strage (che, per gli occidentali, «fa notizia»).
Come quella avvenuta il 27 agosto u.s. a Nashik, sulle rive del fiume Godavari che dista circa tre ore di autobus da Bombay. Quarantacinque morti e centotrenta feriti, causati, secondo alcune fonti, dall’eccessiva calca; secondo altre, dal parapiglia provocato dal lancio di oggetti devozionali da parte di alcuni sadhu (quei santoni induisti, nudi e culturalmente incrostati di fango, che non di rado esibiscono uncini sulla lingua trafitta e matasse informi di lunghissimi capelli aggrovigliati).
Le condizioni igieniche di quelle acque (che vengono anche bevute) fanno inorridire gli occidentali ma non producono una piega nei devoti. I quali sono di certo informati su bacilli e batteri (l’India esporta ingegneri informatici, ha un’industria cinematografica che rivaleggia quanto a numeri con Hollywood ed è una potenza nucleare) ma temono più la spirale delle reincarnazioni che la morte per malattia: tengono più all’altra vita che a questa.
L’altro grande pellegrinaggio orientale che «fa notizia» è quello musulmano alla Mecca.
Anche qui, folle immani e, talvolta, la strage per eccesso di ressa. La mente corre, per un paragone, ai grandi pellegrinaggi cristiani. Quello a Lourdes, soprattutto, che per affluenza rivaleggia col Gange e La Mecca. Anche qui ci sono acque da bere e in cui bagnarsi.
Ma il pellegrinaggio cristiano non è affatto obbligatorio: va chi vuole. Si va non tanto per assicurarsi la vita eterna quanto per ottenere qualcosa in questa, di solito la guarigione.
L’affollamento non vi ha mai costituito un problema e molti non tornano nella bara ma, anzi, se così si può dire, più vivi di prima. Molte altre riflessioni potrebbero trarsi dal confronto, ma le lascio a voi lettori.
Qui mi limito a meditare su tutti quei battezzati nel nome di Gesù che, stufi del loro credo, si sono rivolti verso religioni orientali (cui vanno aggiunti coloro che, sempre più numerosi, passano all’islamismo).
Chissà, forse il «peso» di Cristo era per loro troppo «leggero», e il suo «giogo» insopportabilmente «soave».
No commentsMarte
Il 26-27 agosto u.s. all’avvicinamento del pianeta Marte è stato dato ampio risalto dalla stampa. Sapevo che Franco Battaglia, scienziato e nemico acerrimo di ogni verdume apocalittico, avrebbe cantato fuori dal coro (per questo non mi perdo un suo articolo) e, su Il Giornale, così è stato. Premetto che, da sempre appassionato di fantascienza, d’istinto m’ero detto: visto che Marte è arrivato così vicino, cosa aspettiamo a farci un salto? Doccia fredda: «Le imprese di cosmonauti nello spazio non hanno alcuna giustificazione scientifica e da esse non si è imparato nulla».
Ma come! e la Luna? «Anche se salutata dai media come l’inizio di una nuova era di esplorazioni umane dello spazio, la Scienza sapeva benissimo che la cosiddetta “conquista della Luna” sarebbe stata, invece, la fine di quell’era. Che nacque per una sola ragione: quella politica dei tempi della guerra fredda». In effetti, a ben pensarci, la Luna, conquistata, è stata subito abbandonata: lassù non c’è niente. La «corsa» era solo una reciproca dissuasione a piazzarci missili da sparare sulle capitali. I sovietici bluffavano, agli americani costava troppo. Fine della storia. Ma allora -ho pensato- perché ci sono cosmonauti ancor’oggi in orbita?
«Gli uomini non hanno niente da fare nello spazio. Quello esterno alla nostra atmosfera è un ambiente, decisamente e oltre misura, a noi ostile». E poi, «gli astronauti in orbita attorno alla Terra non sono mai stati tanto distanti da noi più di quanto Napoli lo è da Milano. E la loro principale, quasi unica, occupazione è stata la preoccupazione di sopravvivere». E’ vero: la fanfara mediatica li accompagna quando salpano ma, al rientro, fanno poca notizia i mesi che loro occorrono per la riabilitazione dei muscoli e del resto. Sì, ma (insisto), Marte è là dietro, in due anni si va e si torna, che ci vuole? Implacabile, lo scienziato mi informa che «su quel pianeta non vi è un campo magnetico». Eggià: le radiazioni cosmiche; micidiali, sulla Terra non arrivano perché qui il campo magnetico deviante c’è. L’articolista è spietato anche riguardo a quelli che, ahimè, sono morti nel tentativo di avventurarsi nello spazio: «un inutile sacrificio».
Così, mesto, ripenso a quelle paginate che, negli anni Sessanta, disegnavano cupole trasparenti e colonizzazione di altri mondi. Star Trek? Fantascienza, appunto.
Gli alieni e gli incontri ravvicinati? Un mito moderno, del tutto simile a quelle testimonianze di marinai antichi su incontri più o meno ravvicinati con sirene, centauri, unicorni e semidei. Insomma, non andremo da nessuna parte? La Scienza risponde: e che ci andiamo a fare? Non mi rassegno: allora, siamo soli nell’universo? Replica: siamo oltre sei miliardi e aumentiamo; ti senti “solo”?
Basta, non voglio più ascoltare la voce della Scienza, mi rivolgo al teologo: padre, noi umani siamo davvero gli unici senzienti?
Non direi -risponde- visto che ci sono gli angeli, i diavoli, le anime trapassate (che sono vivissime nell’aldilà) e Dio. Mi arrendo: del resto, anche l’astronomia deve continuamente ammettere l’assoluta unicità del pianeta Terra e di quanto contiene. Un’unicità, tra l’altro, scientificamente necessaria: posizione periferica in una galassia marginale (che salvaguarda dalle turbolenze del centro), distanza ottimale dalla sua stella, grandezza “giusta” di quest’ultima, un satellite gigante (caso unico), un pianeta immane come Giove nei paraggi (fa da parafulmine alle meteore)… Insomma, una serie di combinazioni che fanno, del nostro, un pianeta davvero unico. Le probabilità di trovarne un altro anche solo simile sono espresse in una frazione con troppi zeri. Forse, l’Eden della Bibbia non era un “giardino” ma un pianeta. Questo.
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