Ottobre 2003

Scuola

L’attuale nostro Presidente della Repubblica è una figura da tutti rispettata, a differenza di non pochi suoi predecessori. Finalmente. 

Egli davvero, come recita la Costituzione, «rappresenta l’unità della nazione» al di sopra delle parti. Per questo tutti gli vogliono bene e fanno quadrato quando qualcuno cerca di “tirarlo per la giacchetta” di qua o di là, magari ricordando il suo ruolo di Governatore della Banca d’Italia ai tempi dell’attacco alla lira provocato dalla speculazione internazionale (dopo una disperata difesa fu necessario imboccare la via della svalutazione bruciando somme enormi) o a quelli del misterioso «affare Telekom». 

Nulla, in entrambi i casi, si può addebitare all’allora controllore dei soldi degli italiani, che agì nel pieno rispetto delle leggi. Qui rimarchiamo soltanto l’immediato grido «il presidente non si tocca!» urlato di volta in volta da chi, con altri presidenti, non usò tutti questi riguardi. 

Tra parentesi, è curioso il fatto che, nelle due macchie sulla veste della sinistra (il presunto scandalo Telekom e l’assassinio del commissario Calabresi), i «grandi accusatori» si chiamino uno Marini e l’altro Marino (sempre per celia, Marino Marini era un pianista di musica leggera famoso negli anni Cinquanta). 

Il Presidente, dicevamo, si è distinto e si distingue per un’opera di “ricucitura morale” del tessuto della memoria nazionale che ci ha fatto riscoprire la fierezza dell’italianità ricordando, nei suoi discorsi e nelle sue inaugurazioni, il grande cuore italiano (che si rivelò anche in tempi tristi quali quelli succeduti alle famigerate «leggi razziali» del 1938). 

Ma la sua, a ben guardare, rischia di essere una rivalutazione “datata”. Infatti, l’esposizione sul Quirinale del tricolore napoleonico, l’esaltazione del Risorgimento e della Resistenza senza i quali l’Italia sarebbe stata «peggiore», l’elogio della scuola statale rimandano a una mentalità che non esiste più da un pezzo e che non a caso ha i suoi laudatori fra persone ormai ultraottuagenarie. 

Qualcuno se ne è accorto, come Mario Palmaro su «La Provincia» del 18 settembre u.s. Il commentatore ha riletto il discorso d’inaugurazione dell’anno scolastico 2003-2004 e vi ha visto una concezione «neorisorgimentale e veteroazionista». Cito: «Ciampi ha delineato una vera e propria preminenza ontologica della scuola di Stato, una sorta di “centralismo pedagogico” per il quale gli istituti privati sono un’appendice del sistema governativo». In effetti, la cosa andava bene quando la coesione nazionale si fondava «sulla implicita e indiscutibile convinzione che ci fosse una morale comune». 

Ai tempi, insomma, in cui la maestra faceva dire il Pater prima di iniziare le lezioni e nessuno se ne lagnava, agnostici e Testimoni di Geova compresi. «Ma credo che molti genitori di oggi le avrebbero fatto passare dei guai». 

Già: «dal mangiare tutto quello che hai nel piatto all’idea che la castità è una virtù» la maestra inculcava una serie di valori condivisi e pacifici. Ma oggi è un terno al lotto: la maestra può essere, sì, una che insegna il Pater, ma può anche essere una «che spiega al pupo l’uso del preservativo». Conclude il Palmaro: «In uno scenario come quello attuale la libertà di educazione dei figli implica la libertà di organizzare scuole in cui i maestri non insegnino valori e principi che corrodono o addirittura capovolgono ciò che faticosamente i genitori tentano di tramandare». La soluzione: «trasferire gradualmente la gestione del sistema scolastico dallo Stato alla società» per metter fine «alla vergogna di genitori costretti a sacrifici economici seri per esercitare questo diritto di libertà». 

Lo Stato dovrà, certo, «stabilire degli standard minimi di formazione vincolanti per tutti», ma il suo destino come educatore è segnato. «Per il semplice tragico fatto che questo Stato non sa più, come Pilato, quid est veritas». Difficile dar torto al Palmaro. Difficile, anche, il traghetto dalla Prima alla Seconda Repubblica. Dovremo, forse, attendere il tempo in cui le ragioni anagrafiche faranno aggio sul resto.

Venezia

Fossi un vecchio conservatore, di quelli che scuotono il capo e brontolano seduti su una panchina, direi «dove andremo a finire?». Ma non sono (ancora) vecchio e non mi sembra ci sia rimasto granchè da conservare, visto che nel «dove» ci siamo già finiti da un pezzo. 

Così, non mi resta che sogghignare beffardo all’indirizzo di quei pettoruti gerarchi fascisti, che spandevano sulle spiagge e sui lidi (quello veneziano soprattutto) la loro “romana” eterosessualità facendosi immortalare in pose virili con corteo di amanti (femmine) e telefoni bianchi (di bachelite). Già, perché la balneazione di massa fu loro invenzione, basta leggere i nomi delle vie di Rimini e Riccione (o vedere il felliniano Amarcord) per sincerarsene. E loro fiore all’occhiello fu il Festival cinematografico di Venezia, il primo al mondo, di cui il Duce andava particolarmente fiero (la sua frase «la cinematografia è l’arma più forte» campeggiava sull’ingresso degli appena inaugurati studi di Cinecittà). 

Caduto il regime, le sinistre occuparono la Casa del Fascio romana (in via delle Botteghe Oscure) e, con calma, anche il Festival veneziano, dove ancor oggi registi osannati possono salutare folla e stampa col pugno chiuso di comunista memoria. Pare che dall’anno prossimo Venezia molto probabilmente vedrà un premio speciale dedicato alla cinematografia gay, caldeggiato dall’attuale direttore della Mostra, Moritz De Hadeln (stando, almeno, a quanto riporta l’indiscreta agenzia Corrispondenza romana del 30 agosto u.s., che ha ripreso la notizia da «Il Tempo» del 24 agosto). Il quale aveva proposto, con successo, iniziativa analoga al Festival di Berlino, ricevendo gli elogi della comunità gay tedesca. Il premio berlinese, cito testuale. «ha favorito la produzione e la diffusione di questo genere di pellicole, dapprima inesistenti». 

Così, anche l’Italia, dall’anno prossimo, potrebbe godere del beneficio. Solo che qui c’è la Chiesa e le associazioni di genitori. Dunque, prepariamoci al «vivace dibattito» tra «progressisti» e «oscurantisti medievali». 

Che si concluderà, come al solito, con la vittoria almeno «morale» dei primi (nella peggiore delle ipotesi, incasseranno una golosa pubblicità). Un commosso pensiero va agli ideatori del Festival veneziano; là dove si trovano attualmente avranno un ulteriore motivo per meditare sulla frase che segue: quando ci si imbarca in guerre, è meglio vincerle.

Caldo

Qualcuno ha provato a chiedersi perché, dei ventimila anziani uccisi quest’anno dal caldo in Europa, più della metà erano francesi. Secondo me, chi più si è avvicinato alla verità è Barbara Spinelli su «La Stampa» del 17 agosto u.s. (la cosa non è sfuggita al bollettino n° 822 dell’agenziaCorrispondenza romana).

La Francia è il Paese dove il welfare sanitario è più efficiente, tanto da aver abituato le persone a delegargli ogni dovere e responsabilità. L’idea che «ci pensa lo Stato» finisce col far perdere il senso, appunto, della responsabilità personale, e l’enfasi sui «diritti» conduce alla perdita di quello dei doveri. Per usare le parole della giornalista, «la Francia è la nazione dove l’individuo è re e il collettivo è interamente rappresentato dallo Stato onnipotente». 

Infatti, come in Italia, «nei villaggi e nel Mezzogiorno la morte ha colpito meno, la pietas sembra sopravvissuta». Nel Nord soprattutto, «sono deboli le strutture collettive intermedie: famiglie e associazioni, chiesa e volontariato». Sì, perché «quando lo Stato si assume la protezione di tutti, la singola persona diventa più egoista». Lo Stato centralistico di origine giacobina (la cui invenzione è appunto francese) può dar luogo o a una proliferazione dei doveri (e allora scivola nel totalitarismo) o sono i diritti quelli che «proliferano a dismisura», e allora è la parcellizzazione a diventare totale. 

Per ovviare a entrambe le derive, l’unica è capovolgere l’imbuto e lasciar libero quel famoso principio di sussidiarietà di cui tutti ormai parlano ma che si ostina a rimanere un puro flatus vocis perché, anche in sede europea, ci si accapiglia per fondare le carte costituzionali non sul Cristianesimo (non a caso il principio di sussidiarietà è uno dei capisaldi della dottrina sociale della Chiesa) bensì sull’Illuminismo laicizzatore (non a caso ne è la Francia l’ostinata paladina). 

Dar modo alla società di organizzarsi dal basso nei suoi «corpi intermedi» (famiglie, parrocchie, associazioni…), intermedi tra l’individuo e lo Stato, così com’era il mondo prima che la cappa giacobina lo soffocasse, è la soluzione. Di tutto, non solo del problema della salute degli anziani.

Papa

Qualcuno si è chiesto come mai non abbia detto nulla a proposito del mancato premio Nobel al papa. In verità, avrei dovuto dire la mia almeno sui venticinque anni (a tutt’oggi) del suo pontificato sulle reti di Rai International, ma uno sciopero di treni mi ha impedito di essere in studio a Roma (qualcuno prima o poi dovrà contare tutti gli scioperi avvenuti sotto il governo del centro-destra e paragonare la cifra a quella del precedente governo di centro-sinistra). 

Devo dire che sono contento per ambedue le cose: lungo pontificato e non assegnazione. Sì, perché non si danno premi a chi fa solo il suo mestiere. Un papa è sempre «per la pace», ci mancherebbe. E’ vero, certi suoi predecessori hanno chiamato alla crociata, ma erano tempi in cui di premi internazionali non si parlava. 

E le crociate erano il nome antico degli «interventi umanitari». Nobel ideò quel premio quando scoprì la dinamite, sconvolto dall’uso che si sarebbe potuto farne. Se avesse visto la bomba atomica, cosa avrebbe detto? 

No, si premia gente come Dario Fo o Rigoberta Menchù, non il papa. Fu giusto premiare Madre Teresa, perché quei soldi le servivano per i suoi assistiti. Ma un papa deve darli, i premi, non riceverli. Il papa, per noi cattolici, è nientemeno che il Vicario di Dio, non un «operatore umanitario» qualsiasi. Oh, certo, se quel premio glielo avessero dato, nessun problema. Perché no? 

Un po’ di applausi e qualche soldo sono sempre meglio di nessun plauso e zero denari. Ma, datemi retta, è meglio così. Sono già in troppi a volerla, la deriva sociologica della Chiesa, come se fosse una ong meglio organizzata delle altre, con addetti vestiti in modo suggestivo e un capo troppo malandato per reggersi in piedi. No, come ha benissimo scritto Juan Donoso Cortés (Saggio sul cattolicesimo, il liberalismo e il socialismo) nell’Ottocento, la Chiesa e il papa sono gli intermediari tra il divino e l’umano. Altrimenti, sono solo ingombranti e, tutto sommato, inutili. 

Per questo le rivoluzioni, ogni rivoluzione, si sono sempre rivolte contro di loro. Cominciando dai più “inutili”: gli ordini contemplativi.

Musica

I tg della Rai hanno preso il vezzo, da un po’ di tempo in qua, di considerare «notizia» degna di essere appresa dagli italiani l’uscita del nuovo album di un cantante nostrano. 

Lo schema è il solito: visione di un pezzetto del «video» con la canzone principale via via inframmezzato da un commento laudativo, cui segue breve intervista al soggetto. Le domande sono suppergiù le solite («perché hai sentito l’esigenza di questo nuovo Cd?», ac similia) e pure le riposte («avevo bisogno di esprimere un mio stato d’animo», e via banalizzando), tutte fra lo sbarazzino e il finto disinibito; i «nuovo» e i «fuori dagli schemi» si sprecano, così come i «trasgressivo». 

Le immagini, poi, non differiscono dalle consuete americanate se non nella lingua usata nell’audio. Tant’è che, qualcuno, ha anche provato a produrre canzoni direttamente in inglese. Ma dal mercato anglosassone se ne è tornato con le ossa rotte perfino il mitico Lucio Battisti, per il semplice motivo che all’estero le americanate le hanno già e per «canzoni italiane» intendono quelle di Bocelli. 

Cioè, «all’italiana»: melodiche ed eseguite come arie liriche. Infatti, i tg nazionali sono scesi in campo per sostenere un’industria che campa praticamente solo in Italia (o tra i nostri connazionali emigrati). Tuttavia, poiché gli apprezzatori di tal produzione sono perlopiù ragazzini cresciuti a merendine preconfezionate e nutelle, è quasi impossibile contrastare la concorrenza di internet, da cui tale pubblico è avvezzo a «scaricare» roba gratis. 

Così, la «pagina culturale» dei telegiornali è la più lontana dalle «terzepagine» di carta, che promuovono libri e hanno per la musica un’altra pagina apposita. Ma i libri, specialmente se di saggistica, interessano ai «grandi», gli adulti. I quali hanno denari da spendere e vogliono solo essere informati delle novità. 

Il languente mercato discografico, dunque, chiede aiuto alla tivù, non di rado dispensando, a ora di pranzo e cena, brani di «video» che non sono per nulla adatti alle famiglie. Come uscire dall’impasse? 

Un timido suggerimento (ai discografici) potrebbe essere questo: producete musica leggera che si senta lontano un miglio che è «italiana»; potrete venderla anche all’estero e non avrete bisogno di traini e sostegni. 

Finchè, però, starete dietro a quel che secondo voi «tira», non caverete un ragno dal buco e sarete sempre in crisi (coinvolgendo anche noi, telespettatori, che non c’entriamo). Ho una certa (e antica) esperienza nel settore e so quel che dico: i musicisti che escogitano vere novità vengono semplicemente cacciati, perché, secondo i talent scout, non hanno materiale atto a vendere centomila copie sull’unghia. Con questo tipo di giro mentale, tuttavia, un Modugno avrebbe continuato a fare il posteggiatore nelle trattorie. 

L’Italia è il Paese della creatività, non si dovrebbe dimenticarlo mai. E’, dunque, perfettamente in grado di esprimere una musica leggera «all’italiana» che non sia, come la vecchia, solo melodica e operistica. Altrimenti saremo costretti a continuare a sorbirci rockers e rappersnazionali a uso interno e stancamente pompati dai

Cile

L’8 settembre u.s. Paolo Mieli ha interrotto la sua lunga vacanza dalla rubrica quotidiana sul Corsera con un commento su Pinochet e le dittature sudamericane. Dopo i soliti distinguo (d’obbligo in un intellettuale che cerca di apparire imparziale in ogni caso), ha ricordato che Pinochet è l’unico esempio di dittatore «di destra» che abbia volontariamente ceduto il posto alla democrazia, per giunta assicurando una transizione indolore. 

Aggiungo io: come gli antichi dittatori romani, i quali venivano chiamati a salvare la patria in una situazione di grave pericolo, cessato il quale tornavano a casa. Mieli lamentava il fatto che, oggi, le democrazie sudamericane stanno cercando di processare quei generali e colonnelli che a suo tempo instaurarono dittature: mossa piuttosto sleale perché non rispetta i patti taciti e, anziché procurare una pacificazione nazionale, rivolta zolle e tombe rinfocolando odii e rancori. 

Ora, poiché quel passato non lo si vuole far passare, tanto vale ricordare come andò. Nulla di meglio, per farlo, che leggersi le oltre seicento pagine di Mario Spataro (Pinochet, le “scomode” verità, Roma 2003) su una delle principali «bestie nere» dei marxisti, ex e post, e dei radical-chic, tanto più disinformati quanto più nutriti di soli slogan. 

Il presidente comunista Salvador Allende nei tre anni del suo governo portò l’inflazione cilena a cifre con tre zeri, code lunghissime nei negozi di alimentari, mancanza di generi di prima necessità, fuga dei cervelli, nazionalizzazioni di terre e industrie che portarono l’economia al collasso. Più, la crescita esponenziale di bande paramilitari marxiste che per numeri e armamenti rivaleggiavano con l’esercito. C’è una lunga lista di vittime da terrorismo, militari, poliziotti e civili, dopo l’avvento di Pinochet. E altrettantidesaparecidos che risultarono ben vivi vent’anni dopo (erano semplicemente «spariti» oltre cortina, nei campi di addestramento, per ricomparire in Angola con la divisa cubana). 

Nell’agosto 1973, a pochi giorni dal golpe di Pinochet, fu proprio il parlamento a denunciare il ricorso sistematico ad arresti arbitrari e torture, a mettere in minoranza Allende e a invocare l’intervento dei militari. Intervento che, tra l’altro, era stato richiesto dalle massaie nelle famose «marce delle pentole» (vuote), che terminavano davanti alle caserme con lancio di chicchi di mais (i cileni dicono «gallina» per dire «vigliacco»). Altrettanto famosi erano, al tempo, gli scioperi dei camionisti trasportatori del rame, che la notte facevano la guardia armata ai loro automezzi recitando il rosario. L’icona di Allende è sempre stata sbandierata come la prima (e unica) volta di un partito comunista andato al potere in modo legale. 

Infatti, ci andò con i voti dei democristiani cileni (cosa che cagionò una lunghissima analisi su Rinascita da parte di Berlinguer, allora segretario del nostro Pci, intitolata «La lezione cilena»: a giudizio di molti, inizio del tentativo di «compromesso storico» in Italia, paese per composizione sociale, mentalità e cultura molto simile al Cile). 

L’icona -negativa- di Pinochet è, all’opposto, quella di un dittatore «di destra», per giunta militare e sostenuto dagli odiati Usa, che ha consentito al suo popolo di fare un paragone diretto con la precedente gestione marxista e che ha governato con la piena soddisfazione di detto popolo. Un dittatore, ripetiamo, che, compiuto il risanamento, ha volontariamente riconsegnato il potere ai partiti democratici, gli stessi che lo avevano chiamato. Ma quella che Spataro chiama «storiografia da supermercato» è manichea: per essa, come diceva Gramsci, «tutto è politica». Cinema, romanzi, saggi, perfino la satira e le canzoni, devono avere un solo scopo: la vittoria della «causa».

Droga

Confesso di non averci pensato. Eggià: se la droga venisse legalizzata perchè poliziotti, giudici, piloti di linea, non dovrebbero farne uso? Il fatto è che un’ipotesi del genere si è già realizzata, in Olanda, dove nei cosiddetticoffee shop si può comprare marijuana. 

E qui è inutile mettersi a bizantineggiare distinguendo fra droghe «leggere» e «pesanti», come l’esempio che segue provvederà a chiarire. L’agenzia «Corrispondenza romana» del 20 settembre u.s. ci informa che proprio in Olanda un documentario televisivo ha scatenato serie polemiche al riguardo. In detto documentario numerosi intervistati testimoniavano di aver dovuto soccorrere poliziotti in pieno stato confusionale per fumo di spinelli. 

Nel centro di Amsterdam. Se non si volesse prestar fede alle testimonianze, la trasmissione rincarava la dose affidandosi alla spietatezza delle immagini: si vedevano poliziotti scambiarsi cocaina e pasticche di ecstasy dentro i commissariati. Ma torniamo alle droghe «leggere» (domanda: l’ecstasy è leggera o pesante?). 

Che poi sarebbero solo una, la marijuana. 

E’ uno stupefacente o no? 

Pare di sì, visto che, a differenza delle sigarette di tabacco e nella migliore delle ipotesi, procura stordimento. L’acquisto «fuori servizio», poi, non sembra ridurre granchè la «perdita d’immagine» (se vogliamo parlare del minimo), visto che il servizio può cominciare pochi minuti dopo. 

D’altra parte, quando mai un poliziotto può dirsi privato cittadino? Può egli rifiutarsi di compiere un arresto in flagranza di reato con la scusa che il suo turno è scaduto? Ancora: accanto allo stordimento e agli stati confusionale e di esaltazione vanno messe tutte quelle condizioni alterate di coscienza e percezione che non vorremmo proprio in un tutore dell’ordine. 

Nemmeno in un giudice. Né, ovviamente, in un conducente di mezzo pubblico. Sì, perché se l’ubriachezza da alcool è altrettanto incresciosa, la sbronza è sempre immediatamente visibile, laddove l’essere sotto i fumi di una spinellata non sempre lo è. Il governo olandese, subissato di interrogazioni parlamentari, sta cercando di correre ai ripari. Cosa farà, vieterà ai poliziotti l’ingresso nei coffe shop?

E, dunque, il consumo di droghe «leggere» anche fuori servizio? Ma qualcuno avverte l’incongruenza: perchè quel che è vietato ai poliziotti dovrebbe essere permesso agli altri cittadini? La via più spiccia, riconosciuto che il consumo di stupefacenti, «leggeri» o «pesanti», è socialmente dannoso, è quella di vietarli tutti tout court. 

Sì, perché la legalizzazione delle droghe «leggere», laddove è avvenuta, ha solo moltiplicato il numero degli stupefatti. 

E non ha stroncato il traffico perché i trafficanti, visto scemare il guadagno, si sono buttati in massa sul «pesante». 

Che fare, allora, legalizzare tutto? In fondo, un malinteso liberalismo potrebbe far propendere verso un ragionamento di questo tipo: ognuno deve essere libero di suicidarsi quando e come vuole, anche «a rate» (è il caso, a detta degli psichiatri, della tossicodipendenza). Invece no: questo individualismo totale non tiene conto di qualcosa che lo supera, il bene comune. Siamo tutti sulla stessa barca e quando qualcuno si chiama fuori agli altri tocca remare al suo posto. 

I ministeri della salute scatenano battaglie omeriche, contro il tabagismo e per l’uso in auto della cintura di sicurezza, forti di un unico argomento: la spesa sanitaria. 

Ebbene, quanto costa ai contribuenti il «recupero» di un drogato? Sempre che davvero si riesca a recuperarlo.