I tg della Rai hanno preso il vezzo, da un po’ di tempo in qua, di considerare «notizia» degna di essere appresa dagli italiani l’uscita del nuovo album di un cantante nostrano. 

Lo schema è il solito: visione di un pezzetto del «video» con la canzone principale via via inframmezzato da un commento laudativo, cui segue breve intervista al soggetto. Le domande sono suppergiù le solite («perché hai sentito l’esigenza di questo nuovo Cd?», ac similia) e pure le riposte («avevo bisogno di esprimere un mio stato d’animo», e via banalizzando), tutte fra lo sbarazzino e il finto disinibito; i «nuovo» e i «fuori dagli schemi» si sprecano, così come i «trasgressivo». 

Le immagini, poi, non differiscono dalle consuete americanate se non nella lingua usata nell’audio. Tant’è che, qualcuno, ha anche provato a produrre canzoni direttamente in inglese. Ma dal mercato anglosassone se ne è tornato con le ossa rotte perfino il mitico Lucio Battisti, per il semplice motivo che all’estero le americanate le hanno già e per «canzoni italiane» intendono quelle di Bocelli. 

Cioè, «all’italiana»: melodiche ed eseguite come arie liriche. Infatti, i tg nazionali sono scesi in campo per sostenere un’industria che campa praticamente solo in Italia (o tra i nostri connazionali emigrati). Tuttavia, poiché gli apprezzatori di tal produzione sono perlopiù ragazzini cresciuti a merendine preconfezionate e nutelle, è quasi impossibile contrastare la concorrenza di internet, da cui tale pubblico è avvezzo a «scaricare» roba gratis. 

Così, la «pagina culturale» dei telegiornali è la più lontana dalle «terzepagine» di carta, che promuovono libri e hanno per la musica un’altra pagina apposita. Ma i libri, specialmente se di saggistica, interessano ai «grandi», gli adulti. I quali hanno denari da spendere e vogliono solo essere informati delle novità. 

Il languente mercato discografico, dunque, chiede aiuto alla tivù, non di rado dispensando, a ora di pranzo e cena, brani di «video» che non sono per nulla adatti alle famiglie. Come uscire dall’impasse

Un timido suggerimento (ai discografici) potrebbe essere questo: producete musica leggera che si senta lontano un miglio che è «italiana»; potrete venderla anche all’estero e non avrete bisogno di traini e sostegni. 

Finchè, però, starete dietro a quel che secondo voi «tira», non caverete un ragno dal buco e sarete sempre in crisi (coinvolgendo anche noi, telespettatori, che non c’entriamo). Ho una certa (e antica) esperienza nel settore e so quel che dico: i musicisti che escogitano vere novità vengono semplicemente cacciati, perché, secondo i talent scout, non hanno materiale atto a vendere centomila copie sull’unghia. Con questo tipo di giro mentale, tuttavia, un Modugno avrebbe continuato a fare il posteggiatore nelle trattorie. 

L’Italia è il Paese della creatività, non si dovrebbe dimenticarlo mai. E’, dunque, perfettamente in grado di esprimere una musica leggera «all’italiana» che non sia, come la vecchia, solo melodica e operistica. Altrimenti saremo costretti a continuare a sorbirci rockers e rappersnazionali a uso interno e stancamente pompati dai