Archiviati per October, 2003

Papa

Qualcuno si è chiesto come mai non abbia detto nulla a proposito del mancato premio Nobel al papa. In verità, avrei dovuto dire la mia almeno sui venticinque anni (a tutt’oggi) del suo pontificato sulle reti di Rai International, ma uno sciopero di treni mi ha impedito di essere in studio a Roma (qualcuno prima o poi dovrà contare tutti gli scioperi avvenuti sotto il governo del centro-destra e paragonare la cifra a quella del precedente governo di centro-sinistra). 

Devo dire che sono contento per ambedue le cose: lungo pontificato e non assegnazione. Sì, perché non si danno premi a chi fa solo il suo mestiere. Un papa è sempre «per la pace», ci mancherebbe. E’ vero, certi suoi predecessori hanno chiamato alla crociata, ma erano tempi in cui di premi internazionali non si parlava. 

E le crociate erano il nome antico degli «interventi umanitari». Nobel ideò quel premio quando scoprì la dinamite, sconvolto dall’uso che si sarebbe potuto farne. Se avesse visto la bomba atomica, cosa avrebbe detto? 

No, si premia gente come Dario Fo o Rigoberta Menchù, non il papa. Fu giusto premiare Madre Teresa, perché quei soldi le servivano per i suoi assistiti. Ma un papa deve darli, i premi, non riceverli. Il papa, per noi cattolici, è nientemeno che il Vicario di Dio, non un «operatore umanitario» qualsiasi. Oh, certo, se quel premio glielo avessero dato, nessun problema. Perché no? 

Un po’ di applausi e qualche soldo sono sempre meglio di nessun plauso e zero denari. Ma, datemi retta, è meglio così. Sono già in troppi a volerla, la deriva sociologica della Chiesa, come se fosse una ong meglio organizzata delle altre, con addetti vestiti in modo suggestivo e un capo troppo malandato per reggersi in piedi. No, come ha benissimo scritto Juan Donoso Cortés (Saggio sul cattolicesimo, il liberalismo e il socialismo) nell’Ottocento, la Chiesa e il papa sono gli intermediari tra il divino e l’umano. Altrimenti, sono solo ingombranti e, tutto sommato, inutili. 

Per questo le rivoluzioni, ogni rivoluzione, si sono sempre rivolte contro di loro. Cominciando dai più “inutili”: gli ordini contemplativi.

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Musica

I tg della Rai hanno preso il vezzo, da un po’ di tempo in qua, di considerare «notizia» degna di essere appresa dagli italiani l’uscita del nuovo album di un cantante nostrano. 

Lo schema è il solito: visione di un pezzetto del «video» con la canzone principale via via inframmezzato da un commento laudativo, cui segue breve intervista al soggetto. Le domande sono suppergiù le solite («perché hai sentito l’esigenza di questo nuovo Cd?», ac similia) e pure le riposte («avevo bisogno di esprimere un mio stato d’animo», e via banalizzando), tutte fra lo sbarazzino e il finto disinibito; i «nuovo» e i «fuori dagli schemi» si sprecano, così come i «trasgressivo». 

Le immagini, poi, non differiscono dalle consuete americanate se non nella lingua usata nell’audio. Tant’è che, qualcuno, ha anche provato a produrre canzoni direttamente in inglese. Ma dal mercato anglosassone se ne è tornato con le ossa rotte perfino il mitico Lucio Battisti, per il semplice motivo che all’estero le americanate le hanno già e per «canzoni italiane» intendono quelle di Bocelli. 

Cioè, «all’italiana»: melodiche ed eseguite come arie liriche. Infatti, i tg nazionali sono scesi in campo per sostenere un’industria che campa praticamente solo in Italia (o tra i nostri connazionali emigrati). Tuttavia, poiché gli apprezzatori di tal produzione sono perlopiù ragazzini cresciuti a merendine preconfezionate e nutelle, è quasi impossibile contrastare la concorrenza di internet, da cui tale pubblico è avvezzo a «scaricare» roba gratis. 

Così, la «pagina culturale» dei telegiornali è la più lontana dalle «terzepagine» di carta, che promuovono libri e hanno per la musica un’altra pagina apposita. Ma i libri, specialmente se di saggistica, interessano ai «grandi», gli adulti. I quali hanno denari da spendere e vogliono solo essere informati delle novità. 

Il languente mercato discografico, dunque, chiede aiuto alla tivù, non di rado dispensando, a ora di pranzo e cena, brani di «video» che non sono per nulla adatti alle famiglie. Come uscire dall’impasse

Un timido suggerimento (ai discografici) potrebbe essere questo: producete musica leggera che si senta lontano un miglio che è «italiana»; potrete venderla anche all’estero e non avrete bisogno di traini e sostegni. 

Finchè, però, starete dietro a quel che secondo voi «tira», non caverete un ragno dal buco e sarete sempre in crisi (coinvolgendo anche noi, telespettatori, che non c’entriamo). Ho una certa (e antica) esperienza nel settore e so quel che dico: i musicisti che escogitano vere novità vengono semplicemente cacciati, perché, secondo i talent scout, non hanno materiale atto a vendere centomila copie sull’unghia. Con questo tipo di giro mentale, tuttavia, un Modugno avrebbe continuato a fare il posteggiatore nelle trattorie. 

L’Italia è il Paese della creatività, non si dovrebbe dimenticarlo mai. E’, dunque, perfettamente in grado di esprimere una musica leggera «all’italiana» che non sia, come la vecchia, solo melodica e operistica. Altrimenti saremo costretti a continuare a sorbirci rockers e rappersnazionali a uso interno e stancamente pompati dai

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Cile

L’8 settembre u.s. Paolo Mieli ha interrotto la sua lunga vacanza dalla rubrica quotidiana sul Corsera con un commento su Pinochet e le dittature sudamericane. Dopo i soliti distinguo (d’obbligo in un intellettuale che cerca di apparire imparziale in ogni caso), ha ricordato che Pinochet è l’unico esempio di dittatore «di destra» che abbia volontariamente ceduto il posto alla democrazia, per giunta assicurando una transizione indolore. 

Aggiungo io: come gli antichi dittatori romani, i quali venivano chiamati a salvare la patria in una situazione di grave pericolo, cessato il quale tornavano a casa. Mieli lamentava il fatto che, oggi, le democrazie sudamericane stanno cercando di processare quei generali e colonnelli che a suo tempo instaurarono dittature: mossa piuttosto sleale perché non rispetta i patti taciti e, anziché procurare una pacificazione nazionale, rivolta zolle e tombe rinfocolando odii e rancori. 

Ora, poiché quel passato non lo si vuole far passare, tanto vale ricordare come andò. Nulla di meglio, per farlo, che leggersi le oltre seicento pagine di Mario Spataro (Pinochet, le “scomode” verità, Roma 2003) su una delle principali «bestie nere» dei marxisti, ex e post, e dei radical-chic, tanto più disinformati quanto più nutriti di soli slogan. 

Il presidente comunista Salvador Allende nei tre anni del suo governo portò l’inflazione cilena a cifre con tre zeri, code lunghissime nei negozi di alimentari, mancanza di generi di prima necessità, fuga dei cervelli, nazionalizzazioni di terre e industrie che portarono l’economia al collasso. Più, la crescita esponenziale di bande paramilitari marxiste che per numeri e armamenti rivaleggiavano con l’esercito. C’è una lunga lista di vittime da terrorismo, militari, poliziotti e civili, dopo l’avvento di Pinochet. E altrettantidesaparecidos che risultarono ben vivi vent’anni dopo (erano semplicemente «spariti» oltre cortina, nei campi di addestramento, per ricomparire in Angola con la divisa cubana). 

Nell’agosto 1973, a pochi giorni dal golpe di Pinochet, fu proprio il parlamento a denunciare il ricorso sistematico ad arresti arbitrari e torture, a mettere in minoranza Allende e a invocare l’intervento dei militari. Intervento che, tra l’altro, era stato richiesto dalle massaie nelle famose «marce delle pentole» (vuote), che terminavano davanti alle caserme con lancio di chicchi di mais (i cileni dicono «gallina» per dire «vigliacco»). Altrettanto famosi erano, al tempo, gli scioperi dei camionisti trasportatori del rame, che la notte facevano la guardia armata ai loro automezzi recitando il rosario. L’icona di Allende è sempre stata sbandierata come la prima (e unica) volta di un partito comunista andato al potere in modo legale. 

Infatti, ci andò con i voti dei democristiani cileni (cosa che cagionò una lunghissima analisi su Rinascita da parte di Berlinguer, allora segretario del nostro Pci, intitolata «La lezione cilena»: a giudizio di molti, inizio del tentativo di «compromesso storico» in Italia, paese per composizione sociale, mentalità e cultura molto simile al Cile). 

L’icona -negativa- di Pinochet è, all’opposto, quella di un dittatore «di destra», per giunta militare e sostenuto dagli odiati Usa, che ha consentito al suo popolo di fare un paragone diretto con la precedente gestione marxista e che ha governato con la piena soddisfazione di detto popolo. Un dittatore, ripetiamo, che, compiuto il risanamento, ha volontariamente riconsegnato il potere ai partiti democratici, gli stessi che lo avevano chiamato. Ma quella che Spataro chiama «storiografia da supermercato» è manichea: per essa, come diceva Gramsci, «tutto è politica». Cinema, romanzi, saggi, perfino la satira e le canzoni, devono avere un solo scopo: la vittoria della «causa».

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