Archiviati per November, 2003

Show

L’anno scorso, nei soliti Usa, fece scandalo uno show radiofonico in cui i concorrenti vincevano premi se riuscivano a eseguire rapporti sessuali in luoghi pubblici. Gli «ospiti» si piazzavano da qualche parte e uno speakerdescriveva ai sintonizzati l’estemporanea performance.

Il caso esplose quando un tizio, originario della Virginia, osò appostarsi con la sua partner all’interno della cattedrale newyorkese di St. Patrick mentre la radio commentava per la gioia (si fa per dire) degli ascoltatori. La magistratura dichiarò che quello era il colmo e il «premio» lo vinsero in due: lui e la radio; questa dovette sospendere il programma e quello si beccò un’incriminazione per atti osceni in luogo pubblico. 

Ma l’uomo, un trentottenne, non fece in tempo a comparire davanti all’austera corte penale (di uno stato del Sud qual è la Virginia) perché alla fine di settembre rimase fulminato da un infarto. Si potrebbe facilmente arguire qualcosa a proposito della «giustizia di Dio» a causa del sacrilegio, ma non è il caso: come dice la Bibbia, «Dio non vuole la morte del peccatore, ma che si converta e viva». 

E poi, per copulare bisogna essere almeno in due, e la girl-friend implicata sta benissimo. Così come gli ideatori e gli esecutori dello show, altrettanto, se non di più, responsabili. D’altra parte, una volta tanto la giustizia degli uomini non è stata a guardare. Semmai, c’è da riflettere. Sì, perché adesso è più chiaro come mai un numero crescente di americani aderisca ogni anno all’islam. Malgrado la sua durezza e severità. Il fatto è che durezza e severità sono condensabili in una sola parola: serietà. 

E’ quello che si chiede, e tanto più nella patria delle libertà, perché queste scivolano sovente nella licenza e sembra non conoscano limite. In verità il disgusto è mal diretto: non è il cristianesimo il nemico, bensì il permissivismo. Che è una delle derive, logiche e conseguenti, del liberalismo. Quest’ultimo è figlio del 1789, non del cristianesimo. 

Se si vuole il riferimento autorevole, eccolo: Juan Donoso Cortés, Saggio sul cattolicesimo, il liberalismo e il socialismo (Rusconi). Utile anche Rodney Stark e Massimo Introvigne, Il ritorno di Dio (Piemme), che informa come anche la laicissima sociologia contemporanea si sia accorta dell’attrattiva esercitata dal lato “serio” della religione.

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Organi

Certo, lascia un po’ perplessi quella nozione di «morte cerebrale» che deve precedere, per legge, l’espianto degli organi da un corpo a scopo trapianto in un altro. In teoria, dovrebbero saperlo tutti che l’espianto in questione deve avvenire non da un cadavere totale ma da un organismo il cui cuore batte, la circolazione del sangue è attiva e pure la respirazione (sebbene ausiliata da ventilazione). 

Ma l’insistenza sulla «morte cerebrale» lascia intendere che quello lì sia stecchito definitivamente, laddove solo il cervello è da considerarsi “morto”. Non voglio domandarmi se qualcuno si sia mai risvegliato da quella «morte cerebrale», altrimenti bisognerebbe ammettere che stiamo dibattendo di una definizione di «morte» puramente burocratica. Ma solo esternare, ripeto, perplessità. 

Un’altra delle quali è data dalla norma sul cosiddetto «silenzio-assenso», vistosa eccezione alle regole giuridiche consuete: infatti, nel nostro codice civile «chi tace» non «acconsente» ma non dice nulla e basta. Certo, se uno è cerebralmente «morto» non può esprimersi: da qui la regola. Che, tuttavia, potrebbe essere del tutto opposta: «silenzio-diniego». 

Invece, chi non acconsente a farsi espiantare in caso di decesso cerebrale, deve fare apposita dichiarazione scritta, con buona pace dei distratti e degli analfabeti disinformati. Un’ultima perplessità mi viene dall’esistenza della Lega nazionale contro la predazione di organi (www.antipredazione.org), attiva dal 1985. 

Essa testimonia che i perplessi come me sono in numerosa compagnia e che l’unanimità sul «salvare vite» a scapito di qualcuno che non è ben sicuro se sia davvero trapassato è ben lungi dall’essere raggiunta. Mi si dirà che l’obiettivo di salvare vite umane val bene qualche incertezza. Risponderò che, in una prospettiva cristiana (qual è la mia), l’unica salvezza che conta è quella eterna. Quella terrena, anzi, di solito si apprezza chi la sacrifica a pro degli altri. 

Ma non intendo certo polemizzare, data la delicatezza del tema. Anche perché non ho le idee chiare in proposito. Solo delle perplessità. Condivise, a quanto pare.

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Il Grande Vecchio

Davvero inquietante l’articolo scritto da Maurizio Blondet, giornalista di «Avvenire», sull’ultimo numero di «Studi cattolici» (n. 511). Nel recensire il libro Il misterioso intermediario (del docente Giuseppe Rocca e del giornalista di «Panorama» Giovanni Fasanella, ed. Einaudi) si imbatte nel presunto Grande Vecchio del sequestro Moro nonché capo occulto delle BR.

Il nome che emerge è quello del russo Igor Markevic, defunto compositore e direttore dell’orchestra di Santa Cecilia. Avendo sposato una Caetani costui era padrone del Palazzo Caetani, cui adiaceva la via Caetani in cui fu trovato il cadavere di Moro. Tale sito sorge nell’antico Ghetto romano, pieno di magazzini di tessuti. I moltissimi frammenti di, appunto, tessuti di vario colore trovati sull’auto nel cui bagagliaio venne rinvenuto il corpo, secondo le indagini della scientifica indicavano che il mezzo avrebbe percorso non più di cinquanta metri. 

Lì vicino c’è piazza Paganica, dove sta uno di questi magazzini: la figlia del proprietario era sposata con un presunto brigatista. Per il resto, perché ce n’è tanto, rinvio all’articolo di Blondet. Solo, è interessante sapere che «i due autori Fasanella e Rocca hanno passato i guai loro per questo libro». 

La cosa triste è che la descrizione di questi guai la si trova solo sul sito internet Dagospia del 29 aprile u.s. Nota il Blondet che «è significativo che in Italia le notizie vere si trovino su Dagospia (o su Striscia la notizia) piuttosto che sui grandi giornali». 

Non voglio togliervi il piacere e la sorpresa: il pezzo trasuda intrecci tra Kgb, Cia, Mossad, ambienti radical-chic, estremistici ed esoteristici. E si conclude con un’amara riflessione: «i nostri coraggiosi magistrati, che così valorosamente perseguono il Cavaliere, non mostrano nemmeno un centesimo di quello zelo nello scoprire i mandanti dell’assassinio Moro, e sembrano piuttosto propensi a non sollevare il velo protettivo che circonda il misterioso intermediario Igor Markevic e i suoi potenti, impuni, immuni amici. Eppure tanti dei più inconfessabili misteri d’Italia sembrano lì sotto quel velo». Anche gli omicidi del giornalista Mino Pecorelli e del generale Dalla Chiesa.

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