Archiviati per December, 2003
Musica
Concilio Vaticano II, costituzione Sacrosanctum concilium, n. 116: «La Chiesa riconosce il canto gregoriano come canto proprio della liturgia romana: perciò, nelle azioni liturgiche, a parità di condizioni, gli si riservi il posto principale».
Ora, stupisce come le “novità” apportate nella liturgia dopo quel Concilio siano contro la lettera di quello stesso Concilio. Nelle chiese il frastuono (non si può definire diversamente) prodotto da due, tre e anche quattro chitarre colpite a zampate con tanto di plettro e, per giunta, amplificate dai microfoni sfonda i timpani a ogni celebrazione.
Macchè gregoriano, poi: pinchipallini qualsiasi, improvvisatisi «compositori», hanno prodotto centinaia di «canti» talmente banali e anonimi da dover essere indicati da un numero («…adesso facciamo il canto n. 315!»). Antichi edifici sacri, costruiti in modo che l’acustica vi fosse perfetta, vengono squassati dagli amplificatori, perché ormai non c’è chiesa senza microfoni.
Come mai è accaduto questo? Il noto settimanale «Famiglia cristiana» allega a ogni numero un volume di arte sacra, accompagnato da slogan pubblicitari che inneggiano alla «bellezza prodotta in duemila anni dal cristianesimo». Una bellezza che proprio i preti, nelle loro chiese, si affannano e negare. A che diavolo (è il caso di dirlo) serve il canto profano sempre e comunque, anche quando ci sarebbero gli spazi di silenzio?
Si ha paura che, altrimenti, i «giovani» non vengano più? A parte il fatto che certi «giovani» intenti a zappare sulle loro chitarre hanno una mezza calvizie grigia, siamo sicuri che un corso di gregoriano non sia atto a interessarli, i giovani? E poi, diciamola tutta: se uno frequenta la chiesa solo perché gli si permette di esibirsi suonando e cantando, è così sbagliato indicargli cortesemente la porta?
Basta dirgli che per strimpellare il pop ci sono i circoli Arci, in chiesa c’è il canto sacro. Ma è come lavare la testa all’asino, lo so, perché in giro c’è aria di crisi di fede. La liturgia è la preghiera corale del popolo cattolico: offrire a Dio lo sciatto, il brutto e il raffazzonato rasenta il peccato. Se si vedesse una tela del Masaccio o del Pinturicchio usata come coperchio non si esclamerebbe forse «Ma è un peccato!»? Infatti, è un gran peccato entrare in una cattedrale e sentire che il «paroliere» non ha neanche fatto la fatica di cercare la rima.
2 commentsQualità (della vita)
Diceva Petrolini che siamo dei pacchi che l’ostetrico consegna al becchino.
Nel tragitto percorso dai pacchi suddetti la mentalità corrente ha inserito un obbligo cogente che aggrava la situazione: la «vita» deve essere di «qualità», sennò non la vogliamo. La minaccia dell’anticipata consegna al necroforo del pacco di qualità inferiore a quella pattuita non è altro che la forma estrema di quell’infantilismo che ha cominciato a contagiare il pianeta nel Sessantotto.
Ricorda infatti il ricatto sentimentale del bambino capriccioso di fronte al papà: se non fai quello che voglio, non mangio. Sottinteso: mi faccio del male per farti soffrire, giacchè so che a me tieni.
Forse non a caso la pratica degli scioperi della fame è una forma di protesta cominciata proprio col Sessantotto. Il problema è di definizioni: cosa vuol dire «qualità della vita»?
So già che i più credono di saper rispondere a questa domanda, ma la questione è più sottile. Ai tempi della filosofia scolastica l’arte della definizione era considerata di somma importanza e necessariamente propedeutica a ogni ragionamento.
Se non ci si metteva preventivamente d’accordo sulle definizioni si rischiava il parlare a vanvera, il dialogo fra sordi, l’equivoco. Infatti, «definire» vuol dire letteralmente «mettere dei confini», «delimitare».
Solo dopo essersi accordati su quel che una cosa è e su quel che non è si può cominciare a dialogare, dibattere, discutere. Invece, la fondamentalissima «qualità della vita» rimane ancora nel vago; tutti credono di sapere in cosa consista ma un’indagine approfondita rivelerebbe una variegata panoplia di opinioni. Certo, se si tratta di un malato senza speranza e che magari soffre atrocemente, allora è facile. Ma, a ben pensarci, un obeso, un povero, uno sfortunato cronico, un brutto, un antipatico si può dire che abbiano una «qualità della vita» tale da renderli contenti?
Essere «contenti», oggi, richiede standard e performances sempre più impegnativi, e sono in aumento quelli che non riescono a tenere il passo. D’altra parte, è un interrogativo che il pensiero «laico» prima o poi dovrà seriamente porsi: la vita è «mia»?
Politicamente parlando, esiste ancora una nozione condivisa di «bene comune»? Il punto è questo, infatti, perché secondo le categorie classiche io non mi appartengo e se mi chiamo fuori a qualsiasi titolo, dal suicidio tout court a quello rateizzato della tossicodipendenza, defraudo la società del mio apporto e qualcuno dovrà remare al mio posto (senza però lasciare il suo, di remo).
Credo che sia questo il fondamento filosofico-giuridico da cui la Corte europea per i diritti umani ha tratto la sentenza del 28 aprile scorso, con la quale ha sancito che il diritto alla vita «non può essere interpretato in modo tale da conferire un diritto diametralmente opposto». Il caso, lo si ricorderà, era quello della malata inglese che chiedeva il permesso legale per il «suicidio assistito».
Si tratta di uno dei tanti «casi limite» che, di volta in volta, vengono usati come grimaldello per aprire la strada all’eutanasia. Una strada lastricata di slogan, fin dal primo («l’utero è mio», il grido delle femministe sessantottarde) e fino all’ultimo, antinomico: «ridare dignità alla vita tramite la morte».
Ora, è la terza volta che le istituzioni europee bocciano l’eutanasia (1997, Consiglio d’Europa; 1999, Parlamento europeo), ma l’Olanda l’ha legalizzata e il Belgio si sta preparando. Qui qualcosa non quadra: com’è che la Ue si ritrova solertissima quando c’è da condannare «violazioni» sulle dimensioni dei piselli e il diametro dei fagiolini, e anche (meritoriamente) sulla eccessiva lunghezza delle cause civili italiane, ma non batte ciglio in questi casi di ben più grave momento?
A pensar male, qualcuno deve essersi accorto degli spaventosi costi assistenziali e sanitari di una società in cui la vecchiaia si è allungata in modo imprevisto, e ha deciso che forse è meglio lasciar correre: sarà la società stessa a reclamare uno sfoltimento delle sue «unità improduttive». E il punto filosofico verrà affrontato e risolto, democraticamente, a maggioranza. Più «laico» di così -è il caso di dirlo- si muore.
No commentsLama
Il lettore Liani mi fa presente le sue perplessità (chiamiamole così) sul Dalai Lama, che di tempo in tempo viene a farci visita. Nell’ultima è stato ricevuto dal papa e non dal presidente Ciampi bensì dal suo vice, il presidente del Senato Pera.
Eggià: non si può compromettere i rapporti con la Cina, che dal 1951 occupa il Tibet. Il Dalai Lama è, infatti, anche capo politico (in esilio),oltrechè religioso (in tal veste è andato dal papa).
Non sottilizziamo qui sulla pur doverosa distinzione: sì, il buddhismo è più che altro una filosofia ma ormai è considerata una delle «grandi religioni» e come tale ammesso ai raduni interconfessionali. Ma è proprio qui il punto: il Tibet era, dunque, uno stato teocratico il cui «clero» rappresentava una categoria preminente.
Il lettore mi ricorda che la retorica di Porta Pia vale solo, a quanto pare, per il papa cattolico e non già per il Dalai Lama, visto che tutti compiangono la violenta annessione del Tibet da parte della Cina ma continuano a plaudire la stessa cosa inflitta dai piemontesi allo Stato Pontificio nel 1870.
Il lettore continua con i paragoni ricordando l’uccisione del missionario Maurice Tornay, avvenuta solo due anni prima della fine del dominio dei lama in Tibet, uccisione cui potrebbero aggiungersene altre, nel passato: infatti, il Tibet fu sempre assolutamente impermeabile alla penetrazione missionaria cristiana.
Il papa ha inaugurato nel 1999 la stagione dei «meaculpa», cui in tempi recentissimi si è accodato anche il leader di Alleanza Nazionale e che ha visto in tanti prodursi in richieste di perdono per le colpe dei propri predecessori. Nulla di ciò traspare nelle parole (riportate dai giornali) del Dalai Lama, il quale, anzi, è reduce da una firma, il 25 gennaio 2002, su una dichiarazione «contro le conversioni religiose» in India. La dichiarazione, lo ricordo, era implicitamente contro il proselitismo (presunto aggressivo) cristiano, proveniva dal mondo induista ed era stata fatta propria dal governo indiano.
Chissà se questo argomento è stato toccato nel colloquio col papa. Sorge il sospetto che il buddhismo che viene portato in tour in Occidente sia leggermente diverso da quello che si pratica davvero in Oriente.
Tenendo conto che in Italia, poi, è maggioritario non quello tibetano ma quello giapponese, c’è da chiedersi qual sia il senso delle visite del DalaiLama e come mai personaggi di spicco della vita politica italiana (di destra e di sinistra) ogni volta lo accolgano facendo sfoggio di lunghe sciarpe bianche. Ma, si sa, l’Italia è la meta agognata di ogni turista.
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