Archiviati per March, 2008
Iceberg
Sulla newsletter n. 66 dell’agenzia SviPop, a proposito dell’iceberg staccatosi dall’Antartide in questi giorni e riportato con enfasi in tutti i media come effetto del «riscaldamento globale», Riccardo Cascioli ha scritto: «Problema: se un iceberg alla deriva è lungo 41 km e largo 2,4 km, quale sarà la sua superficie?». Risposta (da elementari): 98,4 km. Bene. Allora perché «tutti i giornali» hanno parlato di 405 kmq? Risposta: «Tanti giornalisti, dimentichi delle regole base del mestiere, non verificano più le notizie.
Così basta che il primo traduca male dall’inglese una notizia e tutti ripetono l’errore all’infinito. In effetti, nella notizia originale che arriva dall’University of Colorado’s National Snow and Ice Data Center, i 405 kmq non si riferiscono alla superficie dell’iceberg ma alla superficie totale del Wilkins Ice Shelf disintegratasi come conseguenza del distacco dell’iceberg». Ora, se i giornali hanno riportato tutti i numeri menzionati qui sopra, vuol dire che non ci si è presi neanche la briga di verificare la moltiplicazione 41 x 2,4.
E che, anche, ormai «la stragrande maggioranza dei lettori beve tutto quello che legge e vede, senza neanche più porsi delle domande». Ma c’è di più. In Antartide si è alla fine dell’estate e la formazione di iceberg è normale (nel 2000 se ne staccò uno di 11mila kmq; nel 1956 addirittura uno di 31mila).
Gli iceberg si formano quando il ghiaccio è in aumento, non il contrario. Cascioli: «Già, ma allora bisognerebbe anche ammettere che l’iceberg con il riscaldamento globale non c’entra niente. E allora addio soldi a chi – scienziati, giornalisti e politici - sugli allarmismi ci campa». Un’ultima cosa (che devo alla stessa agenzia) se il c.d. riscaldamento globale è un allarme del Terzo Millennio, cosa ci faceva nel 1912 al largo di New York (che è alla stessa latitudine di Napoli) l’iceberg che nel 1912 affondò il Titanic
Battaglia
Il cristianesimo si affermò nell’Impero romano contendendo il terreno palmo a palmo ai culti misterici e al vecchio paganesimo. Quest’ultimo, molto più diffuso, viene oggi talvolta mitizzato per velleità polemica; ma la verità è che come davvero vivessero i pagani la loro religione lo sanno solo gli specialisti accademici. I romani, che erano il top della civiltà del mondo antico (dunque, figurarsi gli altri), erano letteralmente terrorizzati da una torma di divinità capricciose e vendicative, da ingraziarsi continuanamente attraverso estenuanti rituali. Non si poteva neanche uscire la mattina senza essersi raccomandati agli spiriti della casa, del focolare, della soglia, degli antenati eccetera.
Lo sanno bene, oggi, i missionari in Africa, che contro una miriade di superstizioni ossessive e paralizzanti devono continuamente combattere (anche la nascita di fue gemelli, per esempio, è considerata segno infausto; spesso se ne elimina uno). Il cristianesimo ha spazzato via ogni superstizione e liberato l’uomo dalla paura. Ma tutto lascia supporre che, in clima di neopaganesimo, dopo i Dico e lo zapaterismo la Chiesa dovrà affrontare Gaia e i suoi terrori chiliastici (cioè, da fine del mondo). E’ quanto ha sostenuto, con humour ma anche senza giri di parole, il cardinale George Pell, primate d’Australia e responsabile della prossima Giornata Mondiale della Gioventù. Sul «Sunday Telegraph-Australia» del 18 febbraio 2007 ha descritto l’attuale campagna catastrofista sul clima come «isterica e superstiziosa».
L’altro prelato non le manda certo a dire: « Ci hanno assoggettato a un mucchio di sciocchezze sui disastri climatici, con gli zeloti impegnati a presentarci degli scenari estremizzati per farci paura». Ed ecco il punto centrale: qualcuno vede nello zelo dei catastrofisti di professione qualcosa di religioso; «ma ciò è ingiusto», dice il cardinale. E «ingiusto» non verso i catastrofisti in questione bensì verso «la maggioranza dei cristiani». Infatti, «il cristianesimo non va contro ragione». Invece, quel che si vede nei catastrofisti è «una dose indotta di lieve isteria» (qui il cardinale è troppo buono; in fondo è un prete e i preti cercarono sempre di volere bene a tutti). Il problema è che tale «lieve isteria» è, purtroppo, «pericolosamente vicina alla superstizione». Il cardinale ricorda «che durante gli ultimi cento anni i media hanno oscillato fra la promozione della paura di una nuova era glaciale da una parte e la paura del riscaldamento globale dall’altra».
Il che è, come minimo, contraddittorio. Per giunta, i catastrofisti non sembrano tener conto, nel far calcoli e previsioni, di quanto è accaduto e accade nell’altro emisfero. «Periodi di terribile siccità non sono stati infrequenti nella storia australiana e in alcuni casi sono durati anche sette o otto anni». Per giunta, «recentemente un satellite della NASA ha scoperto che l’emisfero Sud non registra aumenti di temperature da venticinque anni. Forse il riscaldamento globale è un fenomeno del solo Nord?».
Il fatto è che «i terrroristi del clima usano le fluttuazioni della temperatura avvenute in periodi e luoghi limitati per presentare in modo equivoco modelli più lunghi». Infine, il cardinale esorta a «mantenere il sangue freddo» e a non farsi prendere dall’«isterismo sul riscaldamento globale», ricordando che «la scienza è molto più complessa della propaganda». Ma, vedrete, per la Chiesa sarà questa la prossima battaglia.
Vescovi
Leggo sull’agenzia Zenit.org che, in vista della III Giornata per la Salvaguardia del Creato che si svolgerà l’1 settembre 2008, i vescovi italiani hanno inviato un messaggio urbi et orbi intitolato «Una nuova sobrietà, per abitare la Terra». La quale, stando ai presuli, «è minacciata da un degrado ambientale di vasta portata, in cui l’eccessivo sfruttamento di risorse anche fondamentali – a partire da quelle energetiche – si intreccia con varie forme di inquinamento».
Ora, poiché viviamo nella mai sufficientemente esecrata «società dei consumi», ci vuole –propongono i vescovi- una vera e propria «conversione ecologica». Tradotto in soldoni: una riduzione dei consumi. Non manca l’accorato appello alla «valorizzazione di fonti energetiche rinnovabili e pulite». Né il dito puntato su un tema scottante: il «problema della gestione dei rifiuti». Che, anziché riguardare solo amministratori come quelli campani, è notoriamente cosmico. Perciò i vescovi suggeriscono «prodotti facilmente riutilizzabili e riciclabili».
Comunque, punto focale rimane consumare meno. Ciò permetterà di «valorizzare in forme nuove quella tradizione di essenzialità che caratterizza tante comunità religiose, facendola diventare pratica quotidiana per tutte le realtà cristiane». Vediamo se ho ben capito: un pianeta intero che viva come un convento francescano del Duecento, con gli augelletti, i mulini ad acqua, lo frate Sole che tutti ne illumina e sora Morte garantita ai più? Qualcuno regali ai vescovi un manuale di economia per ragionieri. E qualcun altro suggerisca loro di andare a piedi, anziché in autoblù con autista, per inquinare meno. Infine, smettano di accettare offerte da industriali della plastica o del petrolio; sovvenzionino gli ospedali missionari coi soli spicci che pigliano alla questua domenicale. Se ci riescono.
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