Archiviati per April, 2008

Decolonizzazione

Da Mondo e missione (dicembre 2007), p. Piero Gheddo: «Esempio classico il Congo belga (oggi Repubblica democratica del Congo), esteso sette volte l’Italia e con 15 milioni di abitanti nel 1960.
Il 1° luglio di quell’anno giunge all’indipendenza con soli 14 laureati, alcuni dei quali purtroppo educati a Mosca all’odio verso l’Occidente. Sale al potere uno di questi, Patrice Lumumba, che una settimana dopo l’indipendenza espelle tutti gli stranieri e specialmente i belgi che tenevano in piedi l’economia, i trasporti, gli aerei, le banche, i commerci internazionali, la medicina e gli ospedali, le scuole superiori, la polizia e l’esercito, ecc. In un mese il Congo è precipitato nel caos».
Commento: a quel tempo la parola d’ordine era «indipendenza senza se e senza ma». Nel secolo precedente, l’Africa era stata colonizzata con diversa parola d’ordine: «il fardello dell’uomo bianco». Che portò strade, scuole, ospedali, sì, ma non creò un ceto medio che fosse in grado di reggere il proprio Paese da solo.
Ma a quel tempo le Potenze europee non avevano alcun motivo, né interesse, per farlo. Avrebbero dovuto farsi precedere dai missionari, o aprire loro la strada, perché cambiassero previamente le mentalità indigene (improntate all’islam o all’animismo). Purtroppo, i governi occidentali erano in guerra con la Chiesa e, anche qui, l’ideologia prevalente ostava a una vera emancipazione dell’Africa.
Oggi l’ideologia dell’Occidente è il politically correct, che manda denari e preservativi ma esige che le «culture locali» restino sotto vetro come allo zoo (pardon, parco ecologico). Così, la povera Africa è sempre condannata a subire quel che i sinistri intellettuali occidentali di volta in volta escogitano.

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Porno

Passando per il mercato rionale, l’altro giorno ho sentito il solito vucumprà negro che, conversando col collega accanto mentre con un occhio sbirciava l’eventuale presenza di vigili, ridacchiava: «Italiani segaioli!».
Sì, perché sullo straccio che aveva steso sul marciapiede stavano, ben in fila, dvd taroccati, alcuni dei quali porno. Alla vista di tutti, compresi i bambini in giro per spese con le mamme. Avrei voluto chiamarli io, i vigili.
Ma il vucumprà li avrebbe avvistati in tempo e sarebbe scappato per poi ritornare venti minuti dopo. Così, ho ripescato un commento di Oscar Sanguinetti, ricercatore del Cnr, su «Storia e Identità». Stando a una ricerca condotta in Belgio e riportata dal «Corsera» del 9 aprile 2007, nei soli Usa ogni 39 secondi viene immesso in internet un nuovo video porno.
A metà del 2006, in tutto il mondo, erano stati scaricati 1,5 miliardi di immagini e video. Porno, il 35% di tutti gli scaricamenti. In testa stanno i cinesi (€. 20,5 mld), seguiti da sudcoreani (19,25 mld), giapponesi (15 mld), statunitensi (9,98 mld). Agli ultimi posti gli italiani (soli 12 €. a testa per il sesso in rete), i belgi (9) e i tedeschi (6).
Manca la spiegazione del perché gli asiatici amino tanto il genere. Mancano anche i dati sull’Africa, ma da quelle parti hanno problemi più urgenti, com’è noto, e internet è merce rara.
Ah, se proprio vi interessa sapere com’è andata a finire al mercato: mi sono messo in un angolo a osservare chi si sarebbe fermato a comprare i dvd porno. Ebbene, non ci crederete. Si è fermata ad acquistare, tra mille risolini, una coppia ben vestita (lui e lei) di negri.

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Santo

Poiché mi è stata recapitata in copia una gran quantità di lettere di protesta-sostegno a proposito della momentanea sospensione della mia rubrica quotidiana «Il santo del Giorno» che appare da una quindicina d’anni su «Il Giornale», è giusto che io ringrazi, qui in un sol colpo, tutti i miei lettori. Ma anche è bene che chiarisca i contorni della vicenda. Il nuovo direttore de «Il Giornale» ha dato una linea più grintosa al quotidiano e aperto maggiori spazi alle lettere dei lettori. Ora, la mia rubrica stava giusto in una di queste pagine, perciò mi è stato chiesto di sospenderla fino a nuovo ordine perché la direzione aveva necessità di «ripensare» le pagine in questione.
Essendosi ciò verificato a ridosso della Pasqua (ma anche delle elezioni), diverse realtà di cattolici internettiani si sono allarmate. «Il Giornale» è stato raggiunto, ho saputo, da numerose e-mail che chiedevano conto di una rubrica a cui moltissimi erano da anni abituati e affezionati. Come da accordi, la segreteria de «Il Giornale» mi chiese dopo qualche giorno di riprendere. La sospensione è durata, in tutto, dal 20 al 27 marzo. L’ultimo Santo uscì il 19 (festa di s, Giuseppe) e la ripresa mi fu comunicata il 25 (festa dell’Annunciazione).
So che il sito Centro Cattolico di Documentazione, forte di 70mila contatti, deve aver creato qualche problema alla posta de «Il Giornale». Va detto che, se «Il Giornale» avesse avvisato i lettori per tempo, nessun equivoco si sarebbe verificato (come dice il proverbio, scherza coi fanti…). Il sito TotusTuus, da parte e bontà sue, mi ha definito «il maggiore apologista vivente» (sono commosso ma non merito il titolo, che spetta a Vittorio Messori).
Un paio di lettori hanno trovato esagerato il complimento, perché io «attacco i vescovi» e sono diventato «acido». Mi si permetta di giustificarmi: io non attacco i vescovi, li tiro per la giacchetta se ritengo lo meritino. Certo, non sono infallibile. Ma neanche loro, specie quando, per esempio, disubbidiscono al papa vietando di fatto il rito in latino nelle loro diocesi.
Dare sempre e comunque ragione al clero si chiama clericalismo. Invece, ammetto la recente «acidità» e chiedo perdono: invecchio e il mondo va sempre peggio. A parte questo, ringrazio di cuore tutti quelli che, scrivendo al «Giornale», mi hanno esternato la loro fiducia. Non credevo foste tanti. Dio vi benedica.

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