In una bella paginata del «Giornale» (15.3.09), Massimo M. Veronese racconta quel che facevano le star hollywoodiane prima di splendere nel firmamento mondiale.  Sean Connery lucidava bare, Brad Pitt si travestiva da pollo per una catena di fast food, Elvis Presley era camionista, Robert Redford commesso, Harrison Ford falegname, Michelle Pfeiffer cassiera di supermarket, Sandra Bullock gelataia, George Clooney vendeva scarpe, Jack Nicholson era fattorino, Cameron Diaz lattaia, Tina Turner colf, Mariah Carey sciampista, Bruce Willis barista. Potremmo continuare, da parte nostra, con quel che facevano Madonna, Sharon Stone e tutti gli altri (gli unici laureati del firmamento sono, paradossalmente, Sylvester Stallone e Arnold Schwarzenegger, nonché Jodie Foster). Naturalmente, tralasciamo i mestieri ancor meno nobili di tanti, sia perché in parte defunti, sia perché non è il caso di fare del moralismo, anche se certuni sono diventati «icone» e «cult». Tuttavia, i precedenti culturali non impediscono loro di ergersi a testimonial politici perfino nelle elezioni presidenziali e battersi in campagne a favore dei più triti e banali luoghi comuni politically correct alla moda, così che, sapendo di quale «carisma» godano presso i giovani, anche le maggiori organizzazioni internazionali li caricano di titoli. Per esempio, qual può essere la preparazione di Viggo Mortensen in tema di politica interna italiana? Eppure, intervistato qualche tempo fa dal nostro tiggì, espresse giudizi negativi su Berlusconi. Avendo orecchiato slogan correnti nel mondo dell’«arte».