Archiviati per April, 2009

Morigi

Così scrive Andrea Morigi sul mensile «Il Timone» dell’aprile 2009: «Il 30 dicembre 2007 il giovane che aveva tentato di accoltellare un prete ortodosso nella città turca di Antalya ha ammesso di essere stato influenzato dalla rappresentazione dei missionari cristiani proposta da Kurtlar Vadisi (La valle dei lupi), lo sceneggiato più costoso mai realizzato nella storia della televisione turca e del quale nel 2006 la Pana Film ha prodotto anche una versione cinematografica, ambientata in Iraq. Mentre nel film il nemico sono le truppe statunitensi, tra le quali si aggira un medico ebreo che preda gli organi dei prigionieri dell’esercito americano, l’antieroe della serie tv è un cristiano avido di denaro che pianifica, pregando davanti a un crocifisso, le proprie azioni violente contro giovani musulmani, tentando di ingannarli e corromperli allo scopo di spingerli all’apostasia». La Turchia nella Ue? Ma ci faccia il piacere…

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Debiti con l’Islam

Dai manuali scolastici abbiamo appreso che, mentre l’Europa gemeva nell’oscura barbarie, la civiltà araba era nello splendore. Dai numeri “arabi” ai logaritmi, tutto quel che comincia per al- (algebra, alchimia, alcool, albicocca…) lo dobbiamo all’islam. Non solo: dato il millenario contrasto tra Roma e Bizanzio, gli europei poterono conoscere l’antica sapienza greca solo ritraducendola dall’arabo. Ora, però, un libro di Sylvain Gouguenheim, docente di storia medievale all’Ecole Normale Supérieure di Lione (Aristote au mont Saint-Michel: les racines grecques de l’Europe chrétienne, ed. Seuil), ribalta tutto: fu la presa di Costantinopoli nel 1453 da parte dei turchi a far fuggire in Europa una valanga di intellettuali greci, che fecero conoscere i classici al mondo latino. Il libro ha creato scalpore perché fa passare dall’idea che si debba moltissimo all’islam all’idea che non gli si debba proprio niente. Al di là dello scandalo mediatico (l’autore è stato sottoposto in Francia a una specie di linciaggio politicamente corretto), il filosofo francese Rémi Brague ha cercato di riequilibrare il giudizio (tradotto da A. M. Brogi per «Vita e Pensiero», gennaio 2009). In effetti, c’è ancora chi pensa che la prima università al mondo sia stata quella di Fez, la Qarawiyin, fondata nell’859 (dunque, le università non sarebbero un’invenzione della Chiesa). In realtà era una moschea c. d. “generale” (jâmi’a: termine che designa, sì, le università nel mondo islamico, ma solo nell’evo contemporaneo) e vi si insegnava l’esegesi coranica, le tradizioni sul Profeta, il diritto islamico (fiqh) e quel tanto di “scienza” che serviva a calcolare i nomi di Allah e la direzione della Mecca. Una leggenda da sfatare riguarda la famosa «casa della sapienza» di Baghdad (IX secolo): i traduttori dei testi greci in arabo erano quasi tutti cristiani nestoriani ed essa era «innanzitutto per uso interno, per la precisione una sorta di fucina di propaganda a favore della dottrina politica e religiosa sostenuta dai califfi dell’epoca, in particolare il mu’tazilismo». Un altro mito concerne l’iberico Al-andalus, mito nato più che altro per astio antispagnolo. «Si è cominciato con la “leggenda nera” sulla conquista del Nuovo Mondo. Diffusa dagli scrivani al soldo dei concorrenti commerciali di spagnoli e portoghesi, tra cui la Francia, consentiva loro di legittimare la pirateria di Stato (detta “guerra corsara”)». Per quanto riguarda la dominazione musulmana in terra iberica, il mitico Al-andalus, più che una coesistenza armoniosa «era un sistema paragonabile all’apartheid sudafricano», a tutto danno di ebrei e cristiani. La prima traduzione in latino del Corano la fece Pietro il Venerabile, abate di Cluny, nel XII secolo, ma si dovette attendere il XV e il cardinale Nicolò Cusano perché quel testo fosse studiato (e l’avvento della stampa, un secolo dopo, perché fosse conosciuto). Dunque, scarsa o nessuna “osmosi” tra le due culture. Le arti visive (pittura e scultura) del mondo greco transitarono in Europa senza intermediazione araba, perché l’islam vietava le immagini (anzi, l’eresia iconoclasta nel mondo bizantino fu dovuta al “contagio” della fortissima pressione islamica). Dice Brague che «dell’eredità greca è passato attraverso l’arabo solo ciò che riguardava il sapere in matematica, medicina, farmacopea eccetera. In filosofia (…) solo Aristotele e i suoi commentatori». Ma tutto il resto dovette attendere i «manoscritti importati dagli eruditi bizantini che fuggivano dalla conquista turca». E «tutto il resto è nientemeno che la letteratura greca»: Omero, Esiodo, Pindaro, Eschilo, Sofocle, Euripide, Erodoto, Tucidide, Polibio, Epicuro, Platone, Plotino, Ermete Trismegisto, «arrivati da Costantinopoli alla Firenze dei Medici, dove Marsilio Ficino tradusse in latino tutte le loro opere». I passaggi precedenti non sono che «una goccia d’acqua in confronto all’inondazione rovesciatasi sull’Europa a partire dal XV secolo. Essa ha riguardato tutto ciò che era disponibile in greco. E’ sfociata in una vera ellenomania durata parecchi secoli, dal Rinascimento italiano agli umanesimi e classicismi di tutta Europa». Ancora: «L’ellenismo in terra d’islam ha riguardato solo individui come i “filosofi” (falâsifa), intellettualmente dei geni ma socialmente dei dilettanti privi di collegamenti istituzionali. Solamente in Europa ha assunto la forma di fenomeno». Di più: «Solo in Europa si è imparato il greco in maniera sistematica» e lo si è fatto diventare addirittura «materia obbligatoria nell’insegnamento secondario». Del resto, non ci si può appropriare del sapere senza prima esserne divenuti capaci, senza essersi resi ricettivi in tal senso, cosa che l’Europa fece (rinascita giuridica, sulla scia della Lotta per le Investiture; rinascita letteraria con s. Bernardo, filosofica con s. Anselmo, riscoperta del diritto romano grazie alla Chiesa): «lo dimostra la stessa ricezione di Averroè». Infatti, «dopo la caduta degli Almohadi ai quali era stato legato, il suo ambiente d’origine lo dimenticò in fretta» ma «l’Occidente ha raccolto quel gioiello dalle “pattumiere” dell’islam». Brague si chiede infine se, in ogni caso, sia davvero giusto parlare di “debito”. L’Europa ha ricevuto dalla Cina la seta, il tè, la porcellana e la carta (quest’ultima attraverso il mondo arabo, come i numeri e lo zero, nati in India), e dalle Americhe il granturco, il tabacco, il cioccolato. Ma «nessuno si sognerebbe di dire che abbiamo un debito nei confronti degli aztechi, e tanto meno che dobbiamo parlare con infinito rispetto dei sacrifici umani che praticavano, per il solo fatto che mangiamo i pomodori». Insomma, non è vero che la civiltà occidentale non deve nulla a quella islamica. E’ anche vero, tuttavia, che non le deve granché. Solo che, oggi come oggi, non è politicamente corretto dirlo. 

Il Timone, aprile 2009

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Pilato

Questo articolo doveva comparire su «Il Giornale» dell’11 aprile 2009 (Sabato Santo) ma, per motivi tecnici, è saltato.

«Se liberi costui non sei amico di Cesare!» (Gv 19,12). E’ la minaccia che fa capitolare Pilato e manda il Nazareno in croce, sulla quale Gesù muore alle tre pomeridiane del venerdì: l’ora in cui nel Tempio comincia la macellazione degli agnelli sacrificali. Pilato ha tentato per tre volte di salvarlo, non perché sia di buon cuore; nemmeno, come spesso si ritiene, per temperamento oscillante. Tutt’altro: Pilato è un duro e non ha mai esitato a usare il pugno di ferro sulla gente che governa (non è passato molto tempo da quando ha sedato un tumulto di galilei facendo intervenire suoi uomini travestiti e armati di pugnale; una riunione pacifica di samaritani sobillati da un presunto Messia -uno dei tanti- l’ha affogata, senza tanti complimenti, nel sangue). Solo, ha i suoi informatori e la comparsa, finalmente, di un «Messia» con un certo seguito ma per nulla nemico di Roma, anzi, non gli par vero. L’imperatore con quella turbolenta provincia preferisce usare la politica del «divide et impera», che costa meno sia in termini di uomini che di soldi. Perciò protegge gli «eretici» Samaritani e farebbe lo stesso con i nuovi «nazareni». Ma gli astuti capi del Sinedrio sanno perfettamente qual sia la situazione a Roma e quanto precario sia diventato il collo di Pilato. Per questo giocano la carta dell’«amicizia di Cesare», e l’hanno vinta. Pilato doveva il suo posto di governatore della Palestina al vice di Tiberio, Seiano. Poltrona molto ambita perché delicata: una buona prova in essa spianava la carriera. Ma Seiano era appena caduto in disgrazia, e con lui tutta la sua casa. Ora Tiberio stava procedendo all’epurazione dei funzionari che Seiano aveva piazzato nei punti chiave: non aspettava altro che una buona scusa. Per esempio, un ricorso del Sinedrio contro Pilato. «”Noi abbiamo una legge e secondo questa legge deve morire perché si è fatto Figlio di Dio”. All’udire queste parole Pilato ebbe ancor più paura» (19, 7). La strizza di Pilato aveva ben donde. Elio Seiano, toscano di Vulsinii, era stato comandante dei pretoriani e braccio destro di Tiberio, che si fidava di lui ciecamente: in occasione di un banchetto era crollata la volta della sala e Seiano gli aveva fatto scudo col proprio corpo. Ma Seiano seguiva un suo piano, lento e astuto. Fu lui a convincere Tiberio a ritirarsi a Capri per sottrarsi agli intrighi di palazzo e a lasciare le redini della politica interna nelle sue mani. Così, Seiano ebbe in pugno le nomine più importanti. Poi diventò l’amante di Livilla, moglie del figlio di Tiberio, Druso. Quest’ultimo venne avvelenato dai due amanti diabolici, così abili da far sembrare naturale il decesso. Indi Seiano divorziò da sua moglie, Apicata, e attese. Al momento opportuno chiese a Tiberio la mano di Livilla. Ma a quel punto qualcuno aveva aperto gli occhi a Tiberio. E Tiberio divenne una gelida belva. Per prima cosa mandò Macro Sartorio, un suo fidatissimo, al Senato con una lunga lettera. Riporta Colin Duriez nel suo libro Anno Domini 33 (Ancora, 2008) che la lettura ad alta voce richiese diverso tempo e, man mano che si cominciava a capire dove l’epistola andasse a parare, i senatori in silenzio si spostavano nei seggi più lontani da Seiano. Quest’ultimo, assolutamente ignaro delle intenzioni di Tiberio, rimase come stordito quando sentì che Sertorio era stato nominato comandante dei pretoriani e, ciliegina finale, la sua accusa di alto tradimento. Seiano fu subito arrestato e strangolato. Ma Tiberio aveva solo cominciato. Furono uccisi i figli del traditore, tutti, perfino la più piccola, Iunilla, una bambina che il boia violentò prima di issare sulla forca perché era considerato disdicevole impiccare una vergine. Apicata, al vedere i corpi dei figli trascinati per le strade, si suicidò. Livilla fu chiusa in carcere e lasciata morire di fame. Tutti quelli che potevano passare per amici di Seiano vennero uccisi con le mogli e i figli. Addirittura, quanti erano stati processati e assolti per intervento di Seiano furono riprocessati e condannati. I cadaveri venivano esposti nel Foro e poi gettati nel Tevere. Il terrore scatenato da Tiberio durò tre anni e raggiunse il suo culmine proprio quando Pilato si trovò tra le mani la patata bollente del Nazareno. Il quale, sconcertando il governatore, non fece nulla per difendersi. Una delle sue poche frasi, anzi, gettò vieppiù Pilato nell’angoscia: «Tu non avresti nessun potere su di me se non ti fosse stato dato dall’alto» (19, 11). Già una volta Tiberio aveva accolto un ricorso del Sinedrio, facendo rimuovere gli scudi dorati con la sua immagine che Pilato, credendo di ingraziarselo, aveva fatto piazzare sul Tempio. Così, Pilato cedette. E sbagliò di nuovo. In capo a tre anni il culto del Risorto aveva fatto così tanti seguaci, perfino in Roma, da indurre Tiberio a cercare, senza riuscirci, di legalizzarlo. Tiberio addirittura propose al Senato l’introduzione di una statua di Cristo nel Pantheon, ma la sua richiesta fu bocciata per mere questioni procedurali. Tiberio, che intendeva proteggere la nuova setta per servirsene strategicamente onde contenere, a pro di Roma, il potere del Sinedrio, cambiò sistema. Per prima cosa fece avverare i timori di Ponzio Pilato, che fu richiamato a Roma e sostituito con Lucio Vitellio. La storia non ci dice che fine abbia fatto l’ex governatore della Giudea. Secondo qualcuno, Tiberio ebbe anche la sua testa. 

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