Questo articolo doveva comparire su «Il Giornale» dell’11 aprile 2009 (Sabato Santo) ma, per motivi tecnici, è saltato.

«Se liberi costui non sei amico di Cesare!» (Gv 19,12). E’ la minaccia che fa capitolare Pilato e manda il Nazareno in croce, sulla quale Gesù muore alle tre pomeridiane del venerdì: l’ora in cui nel Tempio comincia la macellazione degli agnelli sacrificali. Pilato ha tentato per tre volte di salvarlo, non perché sia di buon cuore; nemmeno, come spesso si ritiene, per temperamento oscillante. Tutt’altro: Pilato è un duro e non ha mai esitato a usare il pugno di ferro sulla gente che governa (non è passato molto tempo da quando ha sedato un tumulto di galilei facendo intervenire suoi uomini travestiti e armati di pugnale; una riunione pacifica di samaritani sobillati da un presunto Messia -uno dei tanti- l’ha affogata, senza tanti complimenti, nel sangue). Solo, ha i suoi informatori e la comparsa, finalmente, di un «Messia» con un certo seguito ma per nulla nemico di Roma, anzi, non gli par vero. L’imperatore con quella turbolenta provincia preferisce usare la politica del «divide et impera», che costa meno sia in termini di uomini che di soldi. Perciò protegge gli «eretici» Samaritani e farebbe lo stesso con i nuovi «nazareni». Ma gli astuti capi del Sinedrio sanno perfettamente qual sia la situazione a Roma e quanto precario sia diventato il collo di Pilato. Per questo giocano la carta dell’«amicizia di Cesare», e l’hanno vinta. Pilato doveva il suo posto di governatore della Palestina al vice di Tiberio, Seiano. Poltrona molto ambita perché delicata: una buona prova in essa spianava la carriera. Ma Seiano era appena caduto in disgrazia, e con lui tutta la sua casa. Ora Tiberio stava procedendo all’epurazione dei funzionari che Seiano aveva piazzato nei punti chiave: non aspettava altro che una buona scusa. Per esempio, un ricorso del Sinedrio contro Pilato. «”Noi abbiamo una legge e secondo questa legge deve morire perché si è fatto Figlio di Dio”. All’udire queste parole Pilato ebbe ancor più paura» (19, 7). La strizza di Pilato aveva ben donde. Elio Seiano, toscano di Vulsinii, era stato comandante dei pretoriani e braccio destro di Tiberio, che si fidava di lui ciecamente: in occasione di un banchetto era crollata la volta della sala e Seiano gli aveva fatto scudo col proprio corpo. Ma Seiano seguiva un suo piano, lento e astuto. Fu lui a convincere Tiberio a ritirarsi a Capri per sottrarsi agli intrighi di palazzo e a lasciare le redini della politica interna nelle sue mani. Così, Seiano ebbe in pugno le nomine più importanti. Poi diventò l’amante di Livilla, moglie del figlio di Tiberio, Druso. Quest’ultimo venne avvelenato dai due amanti diabolici, così abili da far sembrare naturale il decesso. Indi Seiano divorziò da sua moglie, Apicata, e attese. Al momento opportuno chiese a Tiberio la mano di Livilla. Ma a quel punto qualcuno aveva aperto gli occhi a Tiberio. E Tiberio divenne una gelida belva. Per prima cosa mandò Macro Sartorio, un suo fidatissimo, al Senato con una lunga lettera. Riporta Colin Duriez nel suo libro Anno Domini 33 (Ancora, 2008) che la lettura ad alta voce richiese diverso tempo e, man mano che si cominciava a capire dove l’epistola andasse a parare, i senatori in silenzio si spostavano nei seggi più lontani da Seiano. Quest’ultimo, assolutamente ignaro delle intenzioni di Tiberio, rimase come stordito quando sentì che Sertorio era stato nominato comandante dei pretoriani e, ciliegina finale, la sua accusa di alto tradimento. Seiano fu subito arrestato e strangolato. Ma Tiberio aveva solo cominciato. Furono uccisi i figli del traditore, tutti, perfino la più piccola, Iunilla, una bambina che il boia violentò prima di issare sulla forca perché era considerato disdicevole impiccare una vergine. Apicata, al vedere i corpi dei figli trascinati per le strade, si suicidò. Livilla fu chiusa in carcere e lasciata morire di fame. Tutti quelli che potevano passare per amici di Seiano vennero uccisi con le mogli e i figli. Addirittura, quanti erano stati processati e assolti per intervento di Seiano furono riprocessati e condannati. I cadaveri venivano esposti nel Foro e poi gettati nel Tevere. Il terrore scatenato da Tiberio durò tre anni e raggiunse il suo culmine proprio quando Pilato si trovò tra le mani la patata bollente del Nazareno. Il quale, sconcertando il governatore, non fece nulla per difendersi. Una delle sue poche frasi, anzi, gettò vieppiù Pilato nell’angoscia: «Tu non avresti nessun potere su di me se non ti fosse stato dato dall’alto» (19, 11). Già una volta Tiberio aveva accolto un ricorso del Sinedrio, facendo rimuovere gli scudi dorati con la sua immagine che Pilato, credendo di ingraziarselo, aveva fatto piazzare sul Tempio. Così, Pilato cedette. E sbagliò di nuovo. In capo a tre anni il culto del Risorto aveva fatto così tanti seguaci, perfino in Roma, da indurre Tiberio a cercare, senza riuscirci, di legalizzarlo. Tiberio addirittura propose al Senato l’introduzione di una statua di Cristo nel Pantheon, ma la sua richiesta fu bocciata per mere questioni procedurali. Tiberio, che intendeva proteggere la nuova setta per servirsene strategicamente onde contenere, a pro di Roma, il potere del Sinedrio, cambiò sistema. Per prima cosa fece avverare i timori di Ponzio Pilato, che fu richiamato a Roma e sostituito con Lucio Vitellio. La storia non ci dice che fine abbia fatto l’ex governatore della Giudea. Secondo qualcuno, Tiberio ebbe anche la sua testa.