Anche la Germania ebbe il suo “caso Pinelli†che scatenò il terrorismo brigatista. Il 2 giugno 1967 lo scià iraniano era in visita a Berlino Ovest e ci furono violente proteste studentesche. Nel corso di queste, lo studente Benno Ohnesorg rimase ucciso da un colpo di pistola che lo raggiunse alla testa. Il colpo era partito dalla pistola di un agente di polizia in borghese. Da lì prese il via il Sessantotto tedesco, tutto di sinistra come da noi, e nacque la Rote Armée Fratktion, rivisitata qualche mese fa dal film La banda Baader-Meinhof. Ebbene, oggi sappiamo che lo sparatore era, sì, un agente, ma della Stasi, il servizio segreto della Germania comunista. L’apertura degli archivi dell’ex Ddr ha rivelato quel che, in fondo, abbiamo sempre immaginato. Anche per quanto riguarda l’Italia. Peccato che «Il Giornale» del 23 maggio 2009 abbia deciso di dedicare alla notizia niente più che un trafiletto.
Toniolo
Giuseppe Toniolo è un personaggio in attesa di beatificazione. Nato a Treviso nel 1845 e morto a Pisa (nella cui università insegnava sociologia ed economia politica) nel 1918, la Chiesa ha riconosciuto l’eroicità con cui visse le virtù cristiane e l’ha proclamato Venerabile. E’ il massimo economista del pensiero cattolico e uno dei maggiori del nostro Paese. Citatissimo da tutti i boss democristiani ma altrettanto pochissimo letto, aveva smontato il principio del «massimo edonistico», il bullone che regge l’intera economia politica moderna e che recita pressappoco così: l’agire economico cerca di il massimo risultato col minimo impiego di mezzi. Dunque, materialismo a tutto campo. Toniolo fece però osservare che non sempre l’uomo agisce così. Non sono pochi, infatti, quelli per cui il «massimo risultato» è una onorificenza o una lode o altro fine non materiale (per esempio, s. Francesco è, per l’economia pura, un pazzo; eppure ha fatto più lui che non legioni di economisti premiati col Nobel). Sarebbe il caso, di questi tempi di economia disastrata (per colpa dei celebrati guru dell’economia, famosi per non azzeccarne mai una), di tornare a piegarsi sulle pagine di quel grande e inascoltato. Consiglio dunque Elementi di Economia Politica in Giuseppe Toniolo, di Fiorenza Manzalini (Cantagalli).
Finanza & Islam
L’attuale crisi finanziaria che attanaglia l’Occidente ha un colpevole unanimemente additato: la mancanza di etica. Ma l’etica attiene più al campo della filosofia che dell’economia, e la filosofia ha molto a che vedere con la religione. Morale: se l’idea di bene comune e non l’avidità egoistica avesse guidato gli speculatori, oggi non saremmo a questo punto. Ebbene, le cosiddette banche islamiche, gli affari delle quali sono ispirati non dal “mercato†ma dal Corano, avrebbero qualcosa da insegnare all’Occidente in ginocchio. A sostenerlo, e con cognizione di causa, sono Loretta Napoleoni e Claudia Segre sul numero del gennaio 2009 di «Vita e Pensiero», la rivista dell’Università Cattolica. La Napoleoni è tra i massimi esperti di terrorismo ed economia internazionale, la Segre è una banchiera di alto livello. Il titolo del loro articolo è: «L’islam può aiutare la finanza dell’Occidente?». La risposta che danno alla domanda è sì; anzi, la finanza occidentale deve prendere esempio da quella islamica, dalla quale ha tutto da imparare. L’articolo, prima di addentrarsi nell’attualità e nelle prospettive future, premette una breve storia della finanza islamica. Ne facciamo un piccolo riassunto. Innanzitutto l’islam proibisce la riba, il prestito a interesse, divieto che ha complicato non poco l’economia dei musulmani e, di fatto, ha impedito anche l’idea stessa di «banca». Insomma, l’intero capitalismo, che appunto sul prestito a interesse si basa, è stato reiteratamente colpito da fatwa, e quegli sceicchi che hanno voluto fare affari con l’Occidente hanno dovuto, diciamo così, tenere in due tasche distinte i soldi e il Corano. Ma per gli altri è sempre valsa la sha’ria, per la quale qualunque attività economica non può prescindere dalla zakat (l’elemosina obbligatoria, uno dei cinque pilastri dell’islam) e il prestito istituzionalizzato può, al massimo, riguardare un finanziamento per il pellegrinaggio alla Mecca (altro pilastro). Ma nel 1963 un egiziano che aveva studiato economia in Germania avviò un timido esperimento. L’uomo si chiamava al-Najjar e, in Germania, era stato affascinato da quell’economia «sociale» dettata dai principi cristiani (a sua volta influenzata dall’enciclica Rerum novarum di Leone XIII e dalle soluzioni originali escogitate dai cattolici, tipo casse rurali e casse di risparmio). Infatti, al-Najjar fondò proprio una Cassa Rurale di Risparmio, la cui attività , però, era supervisionata da un comitato di ‘ulama, che vegliavano affinché tutto fosse halal, cioè in regola con le norme coraniche. Niente investimenti in armi, gioco d’azzardo, alcool, tabacco, pornografia (nel senso, larghissimo, del termine, che riguarda anche gli abiti succinti) e aggiramento dell’«usura» (prestito a interesse) tramite contratti partecipativi e diversificate forme di affitto. Questa banca, pur così sorvegliata, fu sempre guardata con sospetto nel mondo islamico e dopo soli cinque anni Nasser la chiuse. Ma il successore, Sadat, ne riprese il modello (contabili e ‘ulama a contatto di gomito), nazionalizzandolo. La grande crisi petrolifera del 1973-74, quadruplicando il prezzo del greggio, inondò di denaro i Paesi arabi, i quali furono costretti a dotarsi di istituzioni finanziarie di maggior respiro. Ma sempre halal. Anzi, agli ‘ulama vennero affiancati i fuqahà , gli esperti di diritto islamico. Sorsero come funghi le banche islamiche, tanto che nel 1977 si dovette creare una International Association of Islamic Banks, il cui segretario fino al 1991 fu proprio il pioniere al-Najjar. La catastrofe delle Twin Towers cagionò un rientro precipitoso di petrodollari che, ancora una volta, fece schizzare al cielo le disponibilità finanziarie dei Paesi petroliferi. Nacquero allora le prime emissioni obbligazionarie halal (dette sukuk), rilanciate in terre non islamiche dalla Sassonia (nel 2004), cui seguì la nascita della Islamic Bank of Britain. Ormai l’Occidente aveva fiutato l’affare e l’offerta di «prodotti» commestibili per un miliardo e mezzo di musulmani dilagò. Oggi la cosiddetta finanza islamica coinvolge sui quattrocento operatori in oltre settanta Paesi, per un giro d’affari di due trilioni di dollari e un tasso di crescita annuo del 15%. Si stima che il vero e proprio boom avverrà nei prossimi cinque anni, arrivando a coprire l’8% dell’intera economia mondiale. Torniamo allora alla domanda iniziale: perché l’Occidente dovrebbe imparare la lezione islamica? In effetti, agli istituti di credito halal è vietata la speculazione, l’insider trading e la creazione artificiale di moneta, i cancri che hanno portato l’Occidente ai problemi attuali. Il denaro halal è un mezzo, non un fine; l’emissione di sukuk è legata a un investimento reale, come una costruzione o una strada, e non può finire, pur con giri contorti, in attività immorali. Poiché è assente nel mondo musulmano la mentalità individualista e tutti si sentono parti della umma, l’egoismo, radice dei mali occidentali, è atavicamente impensabile e il «sistema», strettamente controllato dal punto di vista morale, gode della piena fiducia. Ciò che oggi manca a quello occidentale. La crisi di fiducia fa sì che nell’Occidente ci sia una liquidità stagnante che abbisogna di essere rimessa in movimento. Fin qui Napoleoni e Segre. Da qui, però, un’amara riflessione: è paradossale che l’Occidente debba imparare dall’islam parte di ciò che esso stesso ha inventato e di cui si è disfatto con l’avere estromesso la sua religione dall’ambito pubblico e sociale. Sono stati i teologi francescani del XII e XIII secolo a sciogliere il nodo teologico dell’«usura» e a permettere la nascita del capitalismo nell’Italia cattolica. Erano cattolici quei banchieri e mercanti medievali che, sviluppandosi nelle libertà politiche dei Comuni, inventarono tutti gli strumenti dell’economia, permettendosi di essere creditori di interi regni. Erano cattolici quegli operatori che mettevano la voce «messer Dio» a bilancio e finanziavano cattedrali e ospedali e scuole. E ciò senza che i preti sedessero nei consigli d’amministrazione a dettare le regole dell’etica. L’idillio finì con la spaccatura protestante e la predestinazione calvinista che vedeva negli economicamente svantaggiati dei reprobi. Un altro tipo di etica economica, spietata, si impose. Oggi, l’Occidente che ha rinnegato le proprie radici religiose deve mendicare «etica» da chi non ha conosciuto né Riforma protestante, né Illuminismo, né secolarizzazione. Chissà , forse c’è davvero la mano di Dio in tutto questo. Forse, davvero, chi rigetta il giogo «leggero e soave» di Cristo finisce fatalmente per accollarsene un altro ben diverso.
Fonte: Studi Cattolici n. 579, maggio 2009.
Wilde
«La Chiesa Cattolica è soltanto per i santi e i peccatori. Per le persone rispettabili va benissimo quella anglicana». Chi poteva averlo detto se non lui, Oscar Wilde? Battezzato in segreto, apologeta di Pio IX, gran lettore di Dante e sant’Agostino, filantropo, pellegrino, amico dei gesuiti: tutto questo era Wilde. Che, sì, era di condotta scandalosa (e la pagò cara) ma anche uomo eccezionalmente buono e caritatevole. Quando vedeva dei mendicanti – e nella Londra vittoriana ce n’erano in numero altissimo – non mancava di dar loro l’elemosina; la sua attenzione al prossimo si manifestò anche in occasione di un’inondazione che aveva colpito particolarmente il borgo londinese di Lambeth: insieme a un amico si recò sul posto per cercare di aiutare le persone in difficoltà , riuscendo anche a far divertire col suo buonumore una vecchia signora costretta a letto. Il Wilde sfrontato e beffardo era un uomo dalla grande sensibilità verso il dolore, verso chi era sofferente, finché lui stesso non piombò negli abissi cupi del dolore, dell’umiliazione, dell’abbandono. Un abisso dove ritrovò definitivamente Dio. Questo e (molto) altro troverete nel libro di Paolo Gulisano Il ritratto di Oscar Wilde (ed. Ancora). Humour all’inglese: quasi tutti i maggior letterati della storia britannica erano cattolici.
Feyerabend
Com’è noto, il papa non è stato “gradito†all’università La Sapienza (!) di Roma perché qualcuno aveva opportunamente rimesso in circolo una sua vecchia citazione del filosofo anarchico Paul Feyerabend. Questi, infatti, aveva scritto che, nel processo a Galileo, la Chiesa aveva avuto sostanzialmente ragione. Da qui i fulmini degli Illuminati con i loro Angeli & Demoni. Naturalmente, nessuno di quegli “scienziati†pagati dal contribuente sapeva chi fosse Feyerabend. Figurarsi se l’avessero letto. Avrebbero scoperto che quello era, sì, anarchico ma non per questo stupido o incolto. Infatti, aveva scritto ben di peggio e addirittura sullo stesso Copernico. Il quale, nel comporre la sua famosa opera (dedicata al papa) non solo non aveva consultato nessuno degli scienziati che, prima di lui, avevano ipotizzato il sistema eliocentrico (fin dal tempo di Aristarco di Samo, III secolo a.C.), ma citò invece un «pitagorico folle», cioè un tal Ecfanto che Copernico non sapeva essere un personaggio immaginario di uno dei dialoghi di Eraclide Pontico. Da qui la prudenza della Chiesa su un’ipotesi che, in pieno revival “magico†rinascimentale, poggiava solo su basi esoteriche. Copernico era letteralmente stregato dalle teorie degli antichi pitagorici sull’«armonia del cosmo» in senso musicale. Fu nel cercare la «nota» emessa da ciascun pianeta che impostò il suo eliocentrismo, l’unica ipotesi con la quale la «melodia» gli tornava. Leggere, per credere, Kitty Ferguson, La musica di Pitagora (Longanesi).
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Samurai
Cari amici, è in libreria la mia ultima fatica: Il crocifisso del samurai (Rizzoli). Si tratta di un romanzo storico attorno a un episodio poco noto della storia: la grande rivolta dei samurai cristiani nel 1637. Circa quarantamila cristiani giapponesi, donne e bambini compresi, si ribellarono alla persecuzione e si arroccarono nella penisola di Shimabara, nel castello in disuso di Hara. Qui tennero testa per cinque mesi al più grande esercito di samurai che la storia del Giappone avesse mai visto. Vennero massacrati fino all’ultimo e fu la loro rivolta a provocare la chiusura ermetica del Giappone al mondo esterno per due secoli. Quando i missionari europei poterono tornare, nella seconda metà dell’Ottocento, trovarono che i discendenti di quegli antichi cristiani avevano conservato la fede nella clandestinità , tramandandosela di generazione in generazione. Solo alla fine del XIX secolo cessarono le persecuzioni dei cristiani nel Sol Levante. I pochi rimasti erano quasi tutti concentrati a Nagasaki. E furono centrati, com’è noto, da una delle due bombe atomiche.
Cammilleti su Rete 4
Ricordiamo a tutti che andrà in onda su Telepace da stasera, lunedì 18 maggio, ore 23, il servizio su San Riccardo Pampuri, da noi realizzato, a pochi giorni dalla sua ricorrenza, per la rubrica mensile “La Finestra sui Fatebenefratelli”, con introduzione e conclusioni di Fra Marco Fabello. Il servizio contiene altresì le interviste di Montonati e Cammilleri, i due autori che hanno scritto biografie sul Santo, dalla sala allestita a museo presso l’Ospedale San Giuseppe di Milano, dove il Pampuri ha trascorso i suoi ultimi giorni di vita.
Le repliche del servizio andranno in onda:
martedì 19 maggio – ore 14:15
venerdì 22 maggio – ore 18.20
Buona visione a tutti
Indice
L’«oscurantista» Chiesa cattolica, non contenta di aver creato l’Inquisizione, vi aggiunse l’Indice dei Libri Proibiti. Della terribilità del quale diamo adesso un saggio. Cartesio pubblicò il suo Discorso sul metodo nella calvinista Olanda nel 1637. I protestanti si accorsero subito di che cosa si trattava, tant’è che, due anni dopo, l’opera venne attaccata dall’università di Utrecht e, dopo altri due anni, severamente criticata da quella di Parigi. Utrecht fece di più: la vietò come atea. Nel 1647 l’università di Leyda condannò Cartesio come blasfemo. Lui, che intanto aveva avuto una figlia da una colf olandese (e l’aveva fatta battezzare con rito protestante), nel 1650 morì. Voi direte: e l’Indice che c’entra? Ecco qua: le opere di Cartesio vennero messe all’Indice solo nel 1663. Dopo ben ventisei anni, tempo durante il quale dette opere avevano avuto tutto l’agio di circolare per il pianeta. Non ci stupiamo. Certi libri entravano nell’Indice anche dopo quarant’anni. Sì, perché la Congregazione dell’Indice doveva prima aver notizia o denuncia, poi, se del caso, nominava una commissione di teologi, i quali dovevano, se del caso, farsi assistere da esperti nei vari rami e/o da traduttori, valutare, ponderare, deliberare se l’opera andava indicizzata tutta o in parte e, se sì, quali parti esattamente… Eh, ci voleva tempo. Finì che certi librai tenevano una copia dell’Indice per vendere sottobanco, a prezzi esorbitanti, i libri «proibiti». Che, proprio perché tali, stuzzicavano il gusto della trasgressione. Così, finire all’Indice diventava una sorta di pubblicità gratuita. Ovviamente, l’Indice valeva solo per quelli che alla Chiesa cattolica davano retta. Cioè, gli stati del papa. E poi c’erano gli esentati per motivi di studio, naturalmente… Come diceva Totò? Ma ci faccia il piacere…Â


