L’«oscurantista» Chiesa cattolica, non contenta di aver creato l’Inquisizione, vi aggiunse l’Indice dei Libri Proibiti. Della terribilità del quale diamo adesso un saggio. Cartesio pubblicò il suo Discorso sul metodo nella calvinista Olanda nel 1637. I protestanti si accorsero subito di che cosa si trattava, tant’è che, due anni dopo, l’opera venne attaccata dall’università di Utrecht e, dopo altri due anni, severamente criticata da quella di Parigi. Utrecht fece di più: la vietò come atea. Nel 1647 l’università di Leyda condannò Cartesio come blasfemo. Lui, che intanto aveva avuto una figlia da una colf olandese (e l’aveva fatta battezzare con rito protestante), nel 1650 morì. Voi direte: e l’Indice che c’entra? Ecco qua: le opere di Cartesio vennero messe all’Indice solo nel 1663. Dopo ben ventisei anni, tempo durante il quale dette opere avevano avuto tutto l’agio di circolare per il pianeta. Non ci stupiamo. Certi libri entravano nell’Indice anche dopo quarant’anni. Sì, perché la Congregazione dell’Indice doveva prima aver notizia o denuncia, poi, se del caso, nominava una commissione di teologi, i quali dovevano, se del caso, farsi assistere da esperti nei vari rami e/o da traduttori, valutare, ponderare, deliberare se l’opera andava indicizzata tutta o in parte e, se sì, quali parti esattamente… Eh, ci voleva tempo. Finì che certi librai tenevano una copia dell’Indice per vendere sottobanco, a prezzi esorbitanti, i libri «proibiti». Che, proprio perché tali, stuzzicavano il gusto della trasgressione. Così, finire all’Indice diventava una sorta di pubblicità gratuita. Ovviamente, l’Indice valeva solo per quelli che alla Chiesa cattolica davano retta. Cioè, gli stati del papa. E poi c’erano gli esentati per motivi di studio, naturalmente… Come diceva Totò? Ma ci faccia il piacere…