Agosto 2009

Dossetti

Sul «Foglio» del 22 luglio 2009 lo storico Roberto de Mattei ha analizzato l’influenza del dossettismo (poi tradottosi nel prodismo politico) sull’Italia, partendo dal libro postumo di Gianni Baget Bozzo (con Pier Paolo Saleri), Giuseppe Dossetti. La Costituzione come ideologia politica (Ares, 2009). Conviene leggersi l’articolo, dal quale emerge il ruolo di Dossetti nel Concilio Vaticano II e quale maestro di Carlo Maria Martini, Oscar Luigi Scalfaro, Romano Prodi, Giuseppe Alberigo e Alberto Melloni. Ma il progetto politico è fallito per via del voto popolare. Anche quello teologico-ecclesiale di sostituire il governo monarchico-papale della Chiesa con uno collegiale dei vescovi. In verità, già si era accorto Juan Donoso Cortés nell’Ottocento che le nuove eresie non sono altro che riedizioni delle vecchie (come ha detto qualcuno, le posizione eretiche sono come quelle erotiche: poche e ripetitive). L’eresia conciliarista (che affermava la superiorità del Concilio sul Papa) è del XV secolo e fu definitivamente debellata dal dogma dell’infallibilità pontificia nel Concilio Vaticano I. Sempre secondo Donoso Cortés, il governo collegiale dei vescovi sarebbe come affidare la guida della Chiesa a un’oligarchia mutevole e litigiosa. Infatti, a farci caso, è qui che va a parare il cosiddetto «spirito del Concilio» ed è per questo che intere conferenze episcopali (invenzione recente) ci tengono tanto. Ma il tempo è galantuomo: ormai i «progressisti» hanno un’età media di ottant’anni, mentre i «conservatori» li si trova mediamente dai quaranta in giù.

Danimarca

L’agenzia «Corrispondenza romana» del 25 luglio 2009 ha ripreso un interessante articolo comparso su «Euronews» di maggio. Riguarda il libro dello psicologo danese Nicolai Sennels: Tra i criminali musulmani, l’esperienza di uno psicologo a Copenaghen, uscito in febbraio. Sennels ha lavorato a lungo nel carcere di Copenaghen , nel quale il 70% dei detenuti è costituito da islamici. Lo psicologo è finito nei guai (se insisterà sulle sue posizioni verrà licenziato) perché in Danimarca si può dire solo che le cause dei problemi di integrazione sono la povertà, la polizia, i danesi e i politici, ma non che c’entrano la cultura e la responsabilità personale. Già, perché Sennels si è accorto che i musulmani interpretano la nostra mania del dialogo come una debolezza. E che è il comportamento antisociale a rendere poveri, non viceversa: «L’idea che il comportamento della gente sia determinato dalla quantità di denaro sul conto in banca è un punto di vista estremamente limitato». La Banca nazionale danese ha pubblicato un rapporto da cui emerge che un islamico costa allo Stato mediamente sui 300mila euro in aiuti sociali (sussidi alla disoccupazione, interpreti, classi speciali nelle scuole, poliziotti supplementari…). Con questo denaro, dice Sennels, «potremmo aiutarli a condurre una vita felice in un Paese musulmano, evitando loro di doversi integrare in una società che non comprendono e che, di conseguenza, non possono accettare». Tutto ciò, mutatis mutandis, può essere applicato tranquillamente anche al nostro, di Paese, che però di handicap ne ha due: il politically e il clerically correct. Da questo punto di vista sta meglio di tutti la Svizzera, dove ci sono pochissimi comunisti e pochissimi preti.

Immigrazionismo

Quando una parola in sé neutra comincia a prendere la desinenza –ismo cominciano i guai. Il sociologo Massimo Introvigne, sul sito del Cesnur (luglio 2009) ha recensito un libro del giornalista americano (Financial Times) Christopher Caldwell: Reflections on the Revolution in Europe. Immigration, Islam, and the West (Penguin, Londra 2009). Val la pena di riprenderlo perché una volta tanto un giornalista straniero trascura “papi” Berlusconi e si occupa di cose serie. Cioè, del suicidio europeo per mano degli immigrazionisti di sinistra (preti compresi) e di destra (tra i quali Caldwell inserisce Gianfranco Fini). L’immigrazionismo di sinistra vuole che «per fare ammenda del passato coloniale» e del neo-imperialimo delle multinazionali «l’Europa debba tollerare dagli immigrati comportamenti che non sopporterebbe mai dai suoi cittadini». L’immigrazionista di destra invece richiede il rispetto della legge. Ma «un immigrato che non mette bombe nelle metropolitane, non brucia le automobili del quartiere e non picchia i poliziotti –ma nello stesso tempo vive e pensa secondo valori antitetici a quelli europei– è veramente una risorsa per l’Europa oppure rimane un problema?». Problema aggravato, per dirla tutta, dai musulmani. «La Gran Bretagna riceve mezzo milione di nuovi immigrati extra-comunitari ogni anno» e già vi operano un’ottantina di «corti islamiche» autorizzate a risolvere controversie tramite la sharìa. In Norvegia si è addirittura verificato un caso di integrazione alla rovescia: tutte le allieve di una scuola hanno messo il velo, convinte di essere più carine. Si sostiene che gli immigrati «sono una risorsa» perchè fanno i lavori che gli europei non vogliono fare più. Invece, «con i loro bassi salari, spesso tengono in vita temporaneamente posti di lavoro comunque destinati a sparire (…) a causa del progresso tecnologico e della disponibilità di prodotti a costi minori provenienti dalla Cina». Per giunta, quando gli immigrati si naturalizzano, neanche loro vogliono più fare certi lavori. Si dice anche che sono gli immigrati a «pagare le nostre pensioni». Ma essi «di solito hanno lavori poco remunerati, dunque pagano contributi relativamente bassi». E poi, «anche loro invecchiano e diventano pensionati. Inoltre, fin da subito, hanno problemi di salute di cui la previdenza sociale si deve fare carico». Senza contare che «in Germania e in Francia il 70% degli immigrati extra-comunitari non lavora –o perché è troppo giovane o perché è disoccupato– dunque non paga contributi, mentre costituisce un costo per il sistema del welfare». Insomma, non è detto «che sia meno costoso per l’Europa accogliere milioni d’immigrati extra-comunitari piuttosto che destinare le stesse risorse ad aiutarli nei loro Paesi d’origine». Questo vale anche per i terzomondiali laureati: «così facendo si sottraggono ai Paesi d’origine proprio quelle élites che sarebbero loro indispensabili per uscire dal sottosviluppo». Ora, i sondaggi e l’avanzata dei partiti di destra evidenziano che gli europei sono in maggioranza contrari all’immigrazione extracomunitaria massiccia e continua. «Il fatto che il parere della maggioranza degli elettori europei sia ignorato non sarà per caso il vero problema della democrazia?». Problema nel problema sono i musulmani, difficilmente assimilabili: «nessuna civiltà nella storia è riuscita a fronteggiare senza esserne distrutta l’arrivo in così poco tempo di così tante persone portatrici di una cultura e di una religione sia radicalmente diverse sia forti». Per giunta, l’Europa «è talmente immersa nel relativismo da non avere affatto le idee chiare su quale cultura voglia difendere e proporre agli immigrati. Sembra che le reazioni si producano solo in un campo, che comprende il femminismo e i diritti degli omosessuali» (il che dimostra chi comanda davvero in Europa). Così, in Olanda si è deciso di «proporre ai nuovi immigrati i “valori olandesi” riassunti in un video che devono obbligatoriamente vedere. Vi si vedono, tra l’altro, due omosessuali che si scambiano effusioni in pubblico e una bagnante in topless. Non è certo che la maggioranza degli olandesi si riconosca in questi valori. Per contro, è certissimo che il video confermerà gl’immigrati musulmani nel loro sentimento di superiorità rispetto all’Occidente decadente. In altri Paesi i corsi sulla cittadinanza proposti agl’immigrati esaltano il diritto all’aborto».

Arieccola

La newsletter francese «Une minute avec Marie» mi ha mandato un aneddoto che val la pena divulgare. Un ex pastore presbiteriano scozzese, poi fattosi prete cattolico, raccontò di dovere la sua conversione a un curioso episodio occorsogli. Aveva molti irlandesi, cattolici, nel suo distretto e si adoperava per attirarne i bambini ai suoi sermoni. Li fermava per strada, offriva caramelle e chiedeva loro di recitare con lui qualche preghiera. Una volta, una piccola di otto anni, dopo aver detto, dietro suo invito, il Padrenostro, attaccò l’Avemaria. Il pastore la fermò, dicendole che si deve adorare Dio solo. La bimba cambiò preghiera e cominciò il Credo. Ma, alle parole «..nacque da Maria vergine…», si bloccò e, sbuffando, disse: «Oh, eccola di nuovo! E allora, come si fa?». Il pastore rimase di stucco. L’aveva detto migliaia di volte, il Credo, e non si era mai accorto che Maria sta proprio al centro della fede cristiana. Da lì partì una lunga riflessione da parte sua. Dopo anni di studio e approfondimento, passò al cattolicesimo e si fece prete.

Seiseisei

In quest’epoca di «analfabetismo di ritorno» una delle principali ignoranze sembra essere quella religiosa. Più precisamente quella cristiana, giacchè parecchi nostri connazionali fan mostra di conoscere meglio il buddhismo e il New Age. Paradossalmente, dobbiamo ringraziare il terrorismo se l’argomento «religione» è tornato, almeno per un po’, dove dovrebbe sempre stare: al centro dell’interesse. Dopo l’11 settembre e l’attacco alle Twin Towers, l’islam ha avuto una pubblicità pazzesca e un sacco di gente si è messa a leggere il Corano. L’infuocato dibattito seguito alla paventata ipotesi di «scontri di civiltà» ha costretto molti a fare i paragoni con la propria, di religione. Così, i più hanno scoperto che del loro cristianesimo anagrafico poco sapevano. Di Vangelo ancora meno, a parte le frasi idiomatiche che ancora permeano il nostro parlare, tipo «date a Cesare…» o quella del cammello e della cruna. Resiste, sì, il fascino personale di Gesù, tant’è che anche Ornella Vanoni ha ammesso di essersi convertita (al protestantesimo, meglio che niente). Ma la dottrina, le Scritture, nisba. L’Antico Testamento rimane il più sconosciuto, se si eccettuano i frequentatori di «corsi biblici» parrocchiali in cui non di rado non bastano volenterose arrampicate sugli specchi per digerire passi imbarazzanti come quelli delle stragi ordinate dal Dio degli Eserciti o delle vergini che scaldavano il letto del vecchio Davide. L’Apocalisse è il testo più accantonato, anche perchè non ci si capisce niente. Tranne un passo, uno solo, quello del capitolo XIII che parla dell’Anticristo. Questo, grazie anche al cinema americano (negli Usa, causa la forte presenza fondamentalista protestante, il genere «apocalittico», appunto, va alla grande), lo conoscono tutti. E tutti conoscono il «numero della Bestia», che è 666. Il rock cosiddetto «satanico» si incarica della diffusione di questo simbolo tra i giovani, così che la copertura pubblicitaria può dirsi completa. Il «666», naturalmente, è finito col diventare un passatempo, uno scherzo buontempone da appiccicare ovunque si possa, così, tanto per épater le bourgeois : dai codici a barre (quelli per la lettura elettronica, presenti ormai su ogni merce) ai nomignoli affettuosi appioppati ai computer centrali di istituzioni internazionali. Un po’ come il «Grande Fratello», insomma, nato come prospettiva tragica in Orwell e finito in intrattenimento pettegolo. Ci sono anche le semplici coincidenze, certo, come quella del Call Center delle Poste romane. Qual migliore idea di triplicare il prefisso telefonico di Roma? Dunque, ecco qua: 060606, che è pure di facile memorizzazione. Così, per chiamare qualunque servizio, qualunque impiegato, qualunque azienda comunale nella città del papa, basterà comporre questo numero unico. Voi mi direte che ci sono anche i tre zeri, ma qualunque esperto di aritmopsefia (la cabala coi numeri, per intenderci, la numerologia esoterica) vi risponderà che lo zero conta appunto niente. Ed ecco la città sacra al cristianesimo percorsa in lungo e in largo, continuamente, dal Numero della Bestia. Lunga vita ed efficienza a questo servizio dei servizi, dunque, e speriamo che non accada quel che accadde a suo tempo col ministero dei trasporti inglesi, il quale fu sollecitato a ritirare tutte le targhe automobilistiche recanti un 666 perché i proprietari, superstiziosi, lamentavano un continuo assillo di accidenti e incidenti da quando si erano ritrovati col Numero della Bestia davanti e in coda. Potrei moltiplicare gli esempi al riguardo, ma faccio prima a rimandare il lettore curioso al mio libro I mostri della ragione/2 (Ares), che contiene, tra le altre cose, qualche chicca in materia. Certo, nell’Apocalisse c’è scritto che, a un certo punto, quel numero dilagherà (non sappiamo se zitto zitto o platealmente). E, in effetti, una cosa può dilagare in tre modi: sia che la si divulghi per celia, sia che lo si faccia per preciso intento, sia che si diffonda tramite semplici coincidenze. E non è detto che i tre modi non possano coesistere. Le profezie hanno questo, di singolare: prevedono una cosa che accadrà per forza a dispetto dei tentativi di scongiurarla. Così che, avveratasi, si possa dire: io ve l’avevo detto. Qualche anno fa il clero ortodosso russo protestò vivacemente con le autorità e riuscì a far togliere il 666 dal codice a barre, non volendo finire come chi «non potrà più vendere né comprare» senza quel numero (così infatti recita il famoso capitolo XIII dell’Apocalisse). Invece un cattolico che pellegrina nella sua Città Santa dovrà comporlo, quel numero, se vorrà «comprare» un’informazione (al costo di un gettone telefonico o, se gratuito, al costo delle tasse con cui è stato pagato l’appalto). Con la differenza che, se protestasse, verrebbe immediatamente qualificato di «bigotto» e «retrivo». O «superstizioso», magari proprio da parte del clero. Oh, no, non sto cercando di aizzare preoccupazioni apocalittiche; solo, di dimostrare l’ineluttabilità delle profezie. E’ un po’ come ad Halloween, che si ci si veste da morti per esorcizzare le nostre paure (ma si muore, prima o poi, lo stesso). O ci si trucca da diavoli, al medesimo scopo. Dunque, riempiamo pure ogni anfratto di 666 e ridiamoci su, ché ci passa la paura. A meno che qualche esorcista vero non abbia qualcosa di ridire. Sì, perché per lui «esorcizzare» non è un giochetto psicologico omeopatico: lui sa bene che certe cose si allontanano per mezzo di cose diametralmente opposte. Ed è anche l’unico a cui certe cose non fanno venire mai alcuna voglia di ridere.

P.S.

Questo è solo uno dei 74 sfiziosi capitoletti del mio Il Kattolico-2 (Sugarco), ideale da leggersi sotto l’ombrellone o un albero. Ma spicciatevi, perché è quasi esaurito.

Africa

Sul settimanale «Tempi» del 21 luglio 2009 la studiosa Anna de Bono fa notare che cresce il numero degli economisti africani contrari agli aiuti umanitari. Che ingrassano i dittatori e abituano la gente a mendicare. L’Africa ha avuto finora oltre mille miliardi dollari in aiuti. Risultato? La povertà è salita dall’11 al 66%. L’economista zambiana Dambisa Moyo fa presente che trent’anni fa paesi come il Burundi e il Burkina Faso (oggi tra i più poveri del mondo) avevano un Pil pro capite superiore a quello della Cina; il Kenya nel 1961, quando ancora era colonia britannica, ne aveva uno maggiore di quello della Corea del Sud. Per il kenyano James Shikwati «gli aiuti finanziano enormi burocrazie, contribuiscono a rendere dilagante la corruzione, soffocano la libera iniziativa, permettono ai leader politici di ignorare i bisogni dei loro connazionali. Ovunque hanno creato una mentalità pigra e hanno abituato gli africani a essere dipendenti e mendicanti». Per esempio, la Nigeria e la Repubblica Democratica del Congo: malgrado le loro immense ricchezze, non solo non fanno nulla per ridurre la povertà ma premono per essere classificate tra le nazioni più bisognose. Gli unici a ricordare tutto ciò pubblicamente sono il papa e, recentemente, Obama (che, dato il suo colore, può permettersi di parlare chiaro), che, ad Accra, nel Ghana, ha detto: «Nessun paese può creare ricchezza se i suoi leader sfruttano l’economia per arricchirsi. Nessun imprenditore vuole investire in un paese il cui governo fa su tutto una cresta del venti per cento. Nessuno ha voglia di vivere in un paese in cui regnano ferocia e corruzione. Questa non è democrazia, ma tirannia anche se qualche volta si va a votare. E deve finire». Ciò ha detto all’indomani di un G8 che, però, ha destinato altri venti miliardi di dollari agli aiuti. Moyo e Shikwati dicono chiaramente che è ora di smetterla. In Africa «ci sono centinaia di chilometri di strade che collegano il nulla al nulla e attraversano regioni in cui quasi nessuno dispone di un’automobile». Ci sono «attrezzatissime strutture ospedaliere inutilizzabili perché costruite in paesi sprovvisti di medici» e edifici scolastici rimasti vuoti per mancanza di insegnanti. Ci sono «fabbriche dalle quali non è mai uscito un prodotto finito o che hanno lavorato a regimi così bassi da fallire in breve tempo, come quella per la produzione del burro di karité costruita negli anni Novanta dalla cooperazione italiana in Burkina Faso, in una regione dove nessuno coltivava il karité e dove mancava l’acqua». Anna de Bono ricorda anche il recente L’industria della solidarietà, della giornalista olandese Linda Polman (Bruno Mondadori), nel quale si punta il dito sul principio delle Ong di aiutare chiunque stenda la mano, senza distinguere tra vittime e aggressori. Si calcola che siano tra il 15 e il 20% i c.d. refugee warriors, guerriglieri che si mescolano ai civili nei campi profughi. Lucrano cure, cibo e alloggio per continuare con le loro stragi. E poi le tangenti sul transito dei convogli umanitari, le estorsioni, le percentuali ai politici e ai militari per avere il permesso di operare. Così che i vari  contendenti dispongono «di sempre rinnovate risorse per continuare a combattere e a infierire sui civili».

Arabi

L’agenzia «Corrispondenza Romana» (1 agosto 2009), commentando un recente rapporto Onu, fa il punto su una situazione grottesca: il mondo dipende dal petrolio; sul petrolio stanno seduti gli arabi; questi ultimi, grazie alla rendita, ostacolano lo sviluppo e la democrazia in casa loro. Già: se lo Stato non cava il denaro dalle tasse, non serve la rappresentanza politica; meglio il dispotismo orientale. Non solo: il mondo arabo è oggi meno industrializzato di quarant’anni fa e il suo tasso di disoccupazione è il più alto del pianeta, 14,4% contro una media mondiale del 6,3%. Lo dice un arabo: Walid Khadduri, co-autore dell’Arab Human Development Report. Spendono per comprare automobili d’oro ai loro sceicchi e impianti di sci nel deserto. Ma soprattutto in armi. Il che «ha non solo contribuito all’insicurezza endemica della regione, ma anche all’autoritarismo dei regimi locali e all’abbondanza di interventi militari e conflitti armati. Nel timore di allentare la presa sul potere, i regimi locali sono stati anche assolutamente restii a ogni tipo di riforma, sia politica che economica». Così che «il mondo arabo, assieme all’Africa sub-sahariana, è l’unica regione al mondo in cui la fame è cresciuta negli ultimi vent’anni, fino a raggiungere il 10% della popolazione». Si aggiungano le proibizioni coraniche in materia di credito che ostacolano gli investimenti in infrastrutture. Tanto per dirne una, l’Iran, secondo produttore di petrolio, importa benzina perché non ha come raffinare il greggio. Anche i recenti disordini elettorali, lungi dal rappresentare una maggior domanda di democrazia, non sono altro che una faida intraislamica.

Tarso

C’è la speranza che prima o poi i cristiani potranno pregare a Tarso (dov’è nato s. Paolo) senza restrizioni. Già, perché Tarso è in Turchia e nel 1943 la chiesa del VI secolo dedicata all’Apostolo è stata trasformata in museo. Così, se i cristiani vogliono dirci messa, devono prima pagare il biglietto. Come gesto di buona volontà, in occasione dell’Anno Paolino (e vista l’affluenza di pellegrini da tutto il mondo), le autorità hanno deciso di lasciare libertà di culto. Ma solo per l’Anno in questione. Il vicario apostolico per l’Anatolia, mons. Luigi Padovese, fa presente che (Zenit.org 10 luglio 2009): «I 500mila cristiani turchi, che rappresentano meno dell’1% della popolazione, subiscono spesso discriminazioni e vessazioni, un problema aggravato dal fatto che la loro religione appare sulla carta d’identità». Il loro futuro «non sarà ad ogni modo certo finché non si potranno aprire e gestire seminari». Ora, poiché «nel Paese si può spesso ottenere di più dal di fuori che dal di dentro», vediamo come la mettono quanti, nella Ue, non vedono cosa c’entri la Turchia con l’Europa.