Archiviati per August, 2009

Arieccola

La newsletter francese «Une minute avec Marie» mi ha mandato un aneddoto che val la pena divulgare. Un ex pastore presbiteriano scozzese, poi fattosi prete cattolico, raccontò di dovere la sua conversione a un curioso episodio occorsogli. Aveva molti irlandesi, cattolici, nel suo distretto e si adoperava per attirarne i bambini ai suoi sermoni. Li fermava per strada, offriva caramelle e chiedeva loro di recitare con lui qualche preghiera. Una volta, una piccola di otto anni, dopo aver detto, dietro suo invito, il Padrenostro, attaccò l’Avemaria. Il pastore la fermò, dicendole che si deve adorare Dio solo. La bimba cambiò preghiera e cominciò il Credo. Ma, alle parole «..nacque da Maria vergine…», si bloccò e, sbuffando, disse: «Oh, eccola di nuovo! E allora, come si fa?». Il pastore rimase di stucco. L’aveva detto migliaia di volte, il Credo, e non si era mai accorto che Maria sta proprio al centro della fede cristiana. Da lì partì una lunga riflessione da parte sua. Dopo anni di studio e approfondimento, passò al cattolicesimo e si fece prete.

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Seiseisei

In quest’epoca di «analfabetismo di ritorno» una delle principali ignoranze sembra essere quella religiosa. Più precisamente quella cristiana, giacchè parecchi nostri connazionali fan mostra di conoscere meglio il buddhismo e il New Age. Paradossalmente, dobbiamo ringraziare il terrorismo se l’argomento «religione» è tornato, almeno per un po’, dove dovrebbe sempre stare: al centro dell’interesse. Dopo l’11 settembre e l’attacco alle Twin Towers, l’islam ha avuto una pubblicità pazzesca e un sacco di gente si è messa a leggere il Corano. L’infuocato dibattito seguito alla paventata ipotesi di «scontri di civiltà» ha costretto molti a fare i paragoni con la propria, di religione. Così, i più hanno scoperto che del loro cristianesimo anagrafico poco sapevano. Di Vangelo ancora meno, a parte le frasi idiomatiche che ancora permeano il nostro parlare, tipo «date a Cesare…» o quella del cammello e della cruna. Resiste, sì, il fascino personale di Gesù, tant’è che anche Ornella Vanoni ha ammesso di essersi convertita (al protestantesimo, meglio che niente). Ma la dottrina, le Scritture, nisba. L’Antico Testamento rimane il più sconosciuto, se si eccettuano i frequentatori di «corsi biblici» parrocchiali in cui non di rado non bastano volenterose arrampicate sugli specchi per digerire passi imbarazzanti come quelli delle stragi ordinate dal Dio degli Eserciti o delle vergini che scaldavano il letto del vecchio Davide. L’Apocalisse è il testo più accantonato, anche perchè non ci si capisce niente. Tranne un passo, uno solo, quello del capitolo XIII che parla dell’Anticristo. Questo, grazie anche al cinema americano (negli Usa, causa la forte presenza fondamentalista protestante, il genere «apocalittico», appunto, va alla grande), lo conoscono tutti. E tutti conoscono il «numero della Bestia», che è 666. Il rock cosiddetto «satanico» si incarica della diffusione di questo simbolo tra i giovani, così che la copertura pubblicitaria può dirsi completa. Il «666», naturalmente, è finito col diventare un passatempo, uno scherzo buontempone da appiccicare ovunque si possa, così, tanto per épater le bourgeois : dai codici a barre (quelli per la lettura elettronica, presenti ormai su ogni merce) ai nomignoli affettuosi appioppati ai computer centrali di istituzioni internazionali. Un po’ come il «Grande Fratello», insomma, nato come prospettiva tragica in Orwell e finito in intrattenimento pettegolo. Ci sono anche le semplici coincidenze, certo, come quella del Call Center delle Poste romane. Qual migliore idea di triplicare il prefisso telefonico di Roma? Dunque, ecco qua: 060606, che è pure di facile memorizzazione. Così, per chiamare qualunque servizio, qualunque impiegato, qualunque azienda comunale nella città del papa, basterà comporre questo numero unico. Voi mi direte che ci sono anche i tre zeri, ma qualunque esperto di aritmopsefia (la cabala coi numeri, per intenderci, la numerologia esoterica) vi risponderà che lo zero conta appunto niente. Ed ecco la città sacra al cristianesimo percorsa in lungo e in largo, continuamente, dal Numero della Bestia. Lunga vita ed efficienza a questo servizio dei servizi, dunque, e speriamo che non accada quel che accadde a suo tempo col ministero dei trasporti inglesi, il quale fu sollecitato a ritirare tutte le targhe automobilistiche recanti un 666 perché i proprietari, superstiziosi, lamentavano un continuo assillo di accidenti e incidenti da quando si erano ritrovati col Numero della Bestia davanti e in coda. Potrei moltiplicare gli esempi al riguardo, ma faccio prima a rimandare il lettore curioso al mio libro I mostri della ragione/2 (Ares), che contiene, tra le altre cose, qualche chicca in materia. Certo, nell’Apocalisse c’è scritto che, a un certo punto, quel numero dilagherà (non sappiamo se zitto zitto o platealmente). E, in effetti, una cosa può dilagare in tre modi: sia che la si divulghi per celia, sia che lo si faccia per preciso intento, sia che si diffonda tramite semplici coincidenze. E non è detto che i tre modi non possano coesistere. Le profezie hanno questo, di singolare: prevedono una cosa che accadrà per forza a dispetto dei tentativi di scongiurarla. Così che, avveratasi, si possa dire: io ve l’avevo detto. Qualche anno fa il clero ortodosso russo protestò vivacemente con le autorità e riuscì a far togliere il 666 dal codice a barre, non volendo finire come chi «non potrà più vendere né comprare» senza quel numero (così infatti recita il famoso capitolo XIII dell’Apocalisse). Invece un cattolico che pellegrina nella sua Città Santa dovrà comporlo, quel numero, se vorrà «comprare» un’informazione (al costo di un gettone telefonico o, se gratuito, al costo delle tasse con cui è stato pagato l’appalto). Con la differenza che, se protestasse, verrebbe immediatamente qualificato di «bigotto» e «retrivo». O «superstizioso», magari proprio da parte del clero. Oh, no, non sto cercando di aizzare preoccupazioni apocalittiche; solo, di dimostrare l’ineluttabilità delle profezie. E’ un po’ come ad Halloween, che si ci si veste da morti per esorcizzare le nostre paure (ma si muore, prima o poi, lo stesso). O ci si trucca da diavoli, al medesimo scopo. Dunque, riempiamo pure ogni anfratto di 666 e ridiamoci su, ché ci passa la paura. A meno che qualche esorcista vero non abbia qualcosa di ridire. Sì, perché per lui «esorcizzare» non è un giochetto psicologico omeopatico: lui sa bene che certe cose si allontanano per mezzo di cose diametralmente opposte. Ed è anche l’unico a cui certe cose non fanno venire mai alcuna voglia di ridere.

P.S.

Questo è solo uno dei 74 sfiziosi capitoletti del mio Il Kattolico-2 (Sugarco), ideale da leggersi sotto l’ombrellone o un albero. Ma spicciatevi, perché è quasi esaurito.

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Africa

Sul settimanale «Tempi» del 21 luglio 2009 la studiosa Anna de Bono fa notare che cresce il numero degli economisti africani contrari agli aiuti umanitari. Che ingrassano i dittatori e abituano la gente a mendicare. L’Africa ha avuto finora oltre mille miliardi dollari in aiuti. Risultato? La povertà è salita dall’11 al 66%. L’economista zambiana Dambisa Moyo fa presente che trent’anni fa paesi come il Burundi e il Burkina Faso (oggi tra i più poveri del mondo) avevano un Pil pro capite superiore a quello della Cina; il Kenya nel 1961, quando ancora era colonia britannica, ne aveva uno maggiore di quello della Corea del Sud. Per il kenyano James Shikwati «gli aiuti finanziano enormi burocrazie, contribuiscono a rendere dilagante la corruzione, soffocano la libera iniziativa, permettono ai leader politici di ignorare i bisogni dei loro connazionali. Ovunque hanno creato una mentalità pigra e hanno abituato gli africani a essere dipendenti e mendicanti». Per esempio, la Nigeria e la Repubblica Democratica del Congo: malgrado le loro immense ricchezze, non solo non fanno nulla per ridurre la povertà ma premono per essere classificate tra le nazioni più bisognose. Gli unici a ricordare tutto ciò pubblicamente sono il papa e, recentemente, Obama (che, dato il suo colore, può permettersi di parlare chiaro), che, ad Accra, nel Ghana, ha detto: «Nessun paese può creare ricchezza se i suoi leader sfruttano l’economia per arricchirsi. Nessun imprenditore vuole investire in un paese il cui governo fa su tutto una cresta del venti per cento. Nessuno ha voglia di vivere in un paese in cui regnano ferocia e corruzione. Questa non è democrazia, ma tirannia anche se qualche volta si va a votare. E deve finire». Ciò ha detto all’indomani di un G8 che, però, ha destinato altri venti miliardi di dollari agli aiuti. Moyo e Shikwati dicono chiaramente che è ora di smetterla. In Africa «ci sono centinaia di chilometri di strade che collegano il nulla al nulla e attraversano regioni in cui quasi nessuno dispone di un’automobile». Ci sono «attrezzatissime strutture ospedaliere inutilizzabili perché costruite in paesi sprovvisti di medici» e edifici scolastici rimasti vuoti per mancanza di insegnanti. Ci sono «fabbriche dalle quali non è mai uscito un prodotto finito o che hanno lavorato a regimi così bassi da fallire in breve tempo, come quella per la produzione del burro di karité costruita negli anni Novanta dalla cooperazione italiana in Burkina Faso, in una regione dove nessuno coltivava il karité e dove mancava l’acqua». Anna de Bono ricorda anche il recente L’industria della solidarietà, della giornalista olandese Linda Polman (Bruno Mondadori), nel quale si punta il dito sul principio delle Ong di aiutare chiunque stenda la mano, senza distinguere tra vittime e aggressori. Si calcola che siano tra il 15 e il 20% i c.d. refugee warriors, guerriglieri che si mescolano ai civili nei campi profughi. Lucrano cure, cibo e alloggio per continuare con le loro stragi. E poi le tangenti sul transito dei convogli umanitari, le estorsioni, le percentuali ai politici e ai militari per avere il permesso di operare. Così che i vari  contendenti dispongono «di sempre rinnovate risorse per continuare a combattere e a infierire sui civili».

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