Settembre 2009

Pandolfi

Massimo Pandolfi, caporedattore de “Il Resto del Carlino”, è stato intervistato da Antonio Gaspari di Zenit.org sul suo libro La vita in gioco. Eluana e noi (Ares) presentato al Meeting il 25 agosto 2009. Contiene documenti inediti, valutazioni medico-scientifiche, contributi d’opinione, interviste e racconti di persone che si sono risvegliate dopo quasi vent’anni di coma. Alcuni stralci: «Credo che sulla vicenda di Eluana siano state dette tante, troppe bugie. Ad un certo punto è passato il messaggio che i sadici saremmo noi, ‘ostinati’ difensori della vita, e i buoni tutti quelli che volevano accompagnare Eluana alla fine del suo calvario. Eluana non era una malata terminale, ma una grave disabile. Eluana non era attaccata a macchinari strani e veniva nutrita, idratata e pulita come capita alle persone non autosufficienti (…). Purtroppo il caso singolo di una persona (Beppino Englaro) che ha fatto questa scelta è diventato una sorta di bandiera etica e mediatica per molti. Ma la realtà è un’altra! (…) ma ci avete fatto caso, dal 25 giugno 2008 (giorno del decreto della Corte d’Appello di Milano che autorizzava la sospensione dell’idratazione e nutrizione artificiale di Eluana) non c’è stato un disabile-uno che abbia provato a seguire questa strada giudiziaria, che dopo quel precedente poteva anche essere molto agevole. Perché? Non sarà che forse le reali esigenze dei disabili e dei loro familiari sono ben altre rispetto a quelle ossessivamente sbandierate da radicali, radical-chic e ‘Ignazi Marino’ vari nei mesi scorsi? (…) c’è una società nichilista che pretende – ed è questo l’aspetto drammatico – che certe persone a un certo punto della loro esistenza si tolgano di torno. Diventano scomode o sono scomode in partenza, d’impiccio. Si è cominciato con i bambini da ammazzare prima di far nascere (aborto: primo omicidio legalizzato della storia moderna), poi siamo arrivati a malati e disabili, presto chiuderemo il cerchio con gli anziani. (…) nel 99.9% dei casi le esigenze di queste persone non sono quelle che sono purtroppo state sbandierate per mesi anche da noi giornalisti. Questa gente (e i loro familiari) non chiede-chiedono di morire ma semplicemente di trovare dei buoni motivi per continuare a vivere».

Lettere

«Giulio Arthos» è il nom de plume dell’autore del libro Lettere non spedite, titolo di una rubrica tenuta sul foglio di destra «Linea». L’editore è il piccolo Tabula Fati di Chieti. L’ho letto e mi ci sono divertito, perché vi si colgono gli umori della destra-destra, ex Msi poi a malincuore An. In effetti, la domanda da cento milioni di dollari che ci si pone, dopo le giravolte di Fini, è questa: vabbe’, sappiamo di cosa siete ex, ma cosa volete diventare? Poiché ancora non si è capito, è interessante leggere che non l’hanno capito neanche parecchi della loro base. Berlusconi, in effetti, ha chiamato sotto le sue bandiere ex socialisti, ex democristiani, ex comunisti, ex radicali, ex fascisti, e meritoriamente li ha condotti alla vittoria sulla sinistra. Solo che quest’ultima sa che cosa è diventata: un mega partito radicale. Berlusconi è un imprenditore e fa quello che sa fare: dirigere un’azienda. Ma che succederà quando andrà in pensione? Privi di una cultura (di cui, a quanto risulta, non gliene frega niente, visto che nulla fanno per scalzare l’egemonia altrui e sostituirla con la loro; anzi, continuano col complesso di inferiorità) che faranno? L’unica compagine che abbia una cultura in questo senso è la Lega, che dunque ha i numeri per esistere anche senza Bossi. Mah…

Calabria

Interventi musulmani sulle coste italiane nel solo XVI secolo: «1501, riduzione in schiavitù degli abitanti dell’isola di Pianosa; 1516, sbarco a Lavinio, dove lo stesso papa Leone X riuscì a sfuggire miracolosamente alla cattura; nel 1530 Kair ed-din detto Barbarossa, bey di Algeri e alleato di Francesco I, assaliva e devastava le coste tirreniche del Reame (di Napoli, ndr); 1534, sbarchi a Cetraro e San Lucido di Calabria, in vari luoghi del golfo di Napoli, a Sperlonga e a Fondi, nel Lazio; 1543, sbarchi a Messina e Reggio; 1544, in Liguria e a Talamone in Toscana; riduzione in schiavitù degli abitanti di Castellamare di Stabia e Pozzuoli; 1550, saccheggio di Rapallo; ancora nel 1550 un Mustafà, nel 1552 Sinan pascià attaccavano Reggio (…) e Draut raìs bruciava San Lucido; 1551 e 1552, saccheggio di Augusta; 1554, a Vieste, sulla costa pugliese, furono catturati 6mila abitanti; 1555, saccheggio di Paola; 1558, riduzione in schiavitù degli abitanti di Sorrento; 1560, sbarco a Villafranca, dove il duca di Savoia, Emanuele Filiberto, rischiò la cattura; era presa e distrutta Cariati, e il suo vescovo catturato; tra il 1561 e il 1565 saccheggio di Porto Maurizio, Antignano, Celle, Albissola; 1566 sbarchi a Ortona e Vasto, in Abruzzo. Le incursioni dei Turchi e Barbareschi dovevano continuare anche dopo Lepanto (…). Nel 1590 era bruciata Bovalino; nel 1594 il pascià Cicala (…) distruggeva dalle fondamenta Reggio (…). Nel 1625 bruciava Gioia, nel 1636 Nicotera. Nel 1644 e ’45…». Eccetera. Quella che avete letto è una mezza pagina di Controstoria delle Calabrie (Rubettino) di Ulderico Nisticò. Lo consiglio, e non solo ai lettori calabresi.

Dawson

Se qualcuno se lo ricorda, alcune puntate fa (a proposito di Oscar Wilde) parlammo dei grandi convertiti inglesi, notando che quasi tutti i nomi più importanti della letteratura britannica sono cattolici, partendo da Thomas More (autore del celeberrimo Utopia, che diede il nome a un genere) e passando per Shakespeare (criptocattolico, per non far la fine di More). Nell’elenco, poi rinforzato da alcuni lettori, mancava però Henry Christopher Dawson (1889-1970), uno dei massimi storici inglesi, che passò al cattolicesimo nel 1914. Studi a Oxford e cattedra ad Harvard, Dawson è autore di importantissime opere sulla storia del cristianesimo, l’ultima delle quali voglio segnalare alla vostra attenzione: La divisione della Cristianità occidentale (D’Ettoris Editori), a cura di Paolo Mazzeranghi e con presentazione di Marco Respinti, giornalista de «Il Domenicale». Vale la pena.

Medici

Stefano Lorenzetto è uno dei migliori giornalisti italiani (date retta a me, che ne conosco personalmente parecchi) e da anni su «Il Giornale» presenta paginate di «Tipi italiani», personaggi singolari e talvolta stravaganti. Io, che ho nel curriculum un Elogio degli italiani (Mondadori) e un Doveroso elogio degli italiani (Bur) non me ne perdo uno. Una volta intervistò anche me (e mi ritrovai, in foto, faccia a faccia col b. Pio IX). Ma le puntate più interessanti, in tutti i sensi, sono state quelle in cui ha presentato straordinarie figure di medici, particolarmente specializzati nel parlare chiaro e senza peli sulla lingua (esempio: «Intorno all’Aids ci sono troppi interessi, è un business mondiale, più del petrolio»; forse per questo non si trova ancora un vaccino, come subodora Lucetta Scaraffia nella prefazione). Ora questi medici (tra i quali c’è anche chi propone «cure per il cancro il cui demerito principale è quello di costare quasi nulla, andando così contro gli interessi della potente industria farmaceutica») sono stati raccolti in un libro, Si ringrazia per le amorevoli cure prestate (Marsilio). Vi assicuro che non vi annoierete.

Koll

Quando l’età avanza, i calciatori diventano allenatori. Così, io, che comincio ad essere anziano e navigato, come sapete ho aperto una scuola di scrittura creativa insieme al collega (giovane) Iannaccone, con la speranza di formare scrittori che, rinunciando alle vie facili del successo odierno (sesso-disperazione esistenziale-vampiri & serial killer), aprano nuove strade alla letteratura. La quale, come tutti le arti, dovrebbe (come diceva Pio XII) elevare l’anima anziché schiacciarla vieppiù. Tutto, in questo campo, è da riconquistare; anche in quello, più difficile, del teatro-cinema. E non solo come autori e sceneggiatori. Ma anche come attori. Oggi, per avere successo in questo campo bisogna scordarsi ogni moralità e pudore. Ne sa qualcosa Claudia Koll, che fatica a trovare scritture e ingaggi di livello da quando ha deciso, coraggiosamente, di fare outing del suo ritrovato cattolicesimo. Certo, né a me daranno mai lo Strega, né a lei daranno mai l’Oscar. Chissenefrega, abbiamo fatto la nostra scelta e scommesso sulla vita eterna: temiamo di più il Giudizio di Dio che quello di Venezia (intesa come Campiello e Leone d’Oro). Anche la Koll, come me, ha aperto la sua scuola. Come la mia, aperta a tutti. Ma tutti sanno che tipo di prodotto viene offerto. Se vi interessa, ecco qua: «Star Rose Academy. Dove c’è arte c’è amore», www.starroeseacademy.com e claudiakoll@starroseacademy.com

Livorno

Città rossa da sempre (per l’esattezza: dalla caduta del fascismo, perché era un feudo di Ciano), Livorno è oggi mediaticamente nota per il suo «Vernacoliere», foglio sboccato il cui turpiloquio è, ovviamente, tutto contro la destra. La città venne fondata dal granduca Cosimo II nel XVI secolo con un «editto di popolamento». Cioè, chi aveva pendenze con la legge trovava condono se vi si trasferiva. Da qui una tradizione piuttosto eterodossa: a Livorno si ebbe la più cospicua comunità ebraica d’Italia dopo quella di Roma; livornese era Filippo Buonarroti, discepolo di Babeuf e gran cospiratore ottocentesco; a Livorno fu fondato il partito comunista italiano… Ma guai a toccare ai livornesi la Madonna di Montenero, protettrice della Toscana, il cui santuario si trova proprio lì. Tant’è che, quando i napoleonici osarono sparare all’Immagine, l’intera città insorse in armi contro il blasfemo invasore. Dunque, fa proprio impressione la notizia data dal quotidiano «La Nazione» il 14 giugno. Il giorno prima, pellegrini da tutta la Toscana erano in processione verso il santuario e recitavano il rosario quando sono stati fatto oggetto di insulti e bestemmie da parte di un gruppo della cosiddetta «sinistra antagonista». Specialmente le pellegrine giovani sono state prese di mira e la cosa sarebbe di certo degenerata se non fosse intervenuta la polizia. Cori, slogan urlati, bestemmie. A Montenero. Benvenuti nel Terzo Millennio.

Boston

Il 6 settembre 2009, su Zenit.org, Elisabeth Lev, docente universitaria americana, ha commemorato i due ultimi Kennedy, morti quest’anno. Un passaggio storico è interessante e lo riporto: «Boston è stata costruita sulle colonne granitiche dell’anticattolicesimo. Dall’epoca dei suoi fondatori puritani, i protestanti hanno rappresentato per tre secoli la maggior parte della popolazione della città, fino all’arrivo degli irlandesi – non accolti di buon grado – a metà del XIX secolo. Gli statuti puritani settecenteschi bandivano tutti i sacerdoti dal territorio e prevedevano la pena di morte nel caso in cui fossero tornati (nel 1690 questa pena fu mitigata e trasformata nel carcere a vita). I cattolici sono stati esclusi da ogni tipo di adorazione pubblica fino al 1780. Ogni 5 novembre, il Guy Fawkes Day (festa inglese in cui viene bruciato il fantoccio del papista Guy Fawkes, che nel XVI secolo, accusato di voler far saltare il Parlamento, fu giustiziato, ndr), i bostoniani celebravano il “Pope Day” [il Giorno del Papa, ndt] bruciando l’effigie del Papa, facendo processioni in cui il Romano Pontefice e il diavolo camminavano mano nella mano e compiendo atti di vandalismo contro case e uffici cattolici. Nel 1834 i rivoltosi bruciarono un convento di orsoline a North Boston e nel 1840 venne formato un violento partito politico anticattolico, i “Know Nothings”, come reazione all’immigrazione cattolica negli Stati Uniti. Il partito dilagò nelle elezioni del Massachusetts del 1854, guadagnando sia il governatorato che la legislatura. Le leggi puritane impedivano ai cattolici di ricoprire ogni tipo di incarico politico e a Boston i cattolici venivano dipinti come automi senza cervello al servizio del Papa straniero. Tutto questo cambiò decisamente nel 1960. L’elezione di John F. Kennedy, nientemeno che un bostoniano, a Presidente degli Stati Uniti offrì a Boston una catarsi simile a quella dell’elezione di Barack Obama. Lo stigma del bigottismo anticattolico poteva finalmente essere eliminato».