L’arcivescovo di Sarajevo, cardinale Vinko Puljić, è stato intervistato il 20 novembre 2009 dall’agenzia «Zenit». Riporto alcune frasi. Una: “In un quartiere di Sarajevo esiste una parrocchia già da ventotto anni ma non riesco a costruire la chiesa; da dieci anni ho avuto il permesso ma non mi è stato assegnato uno spazio mentre continuamente vengono concessi per le costruzioni di moschee». Due: “Un gruppo ha stampato centomila libri contro Gesù Cristo che ha distribuito gratis tra la popolazione musulmana; quando ho protestato con un capo religioso musulmano perché un libro del genere non aiuta la convivenza, lui mi ha risposto di ignorarlo e bastaâ€. Tre: “I petrodollari aiutano a costruire molte moschee e centri islamici e provocano un cambiamento di mentalità : contro il cristianesimo e specialmente contro i cattolici. Quando manca il rispetto dei diritti, subentra la paura. Noi continuiamo a dialogare nel consiglio interreligioso ma non è facile risolvere situazioni così complesse perché esistono tre storie, una per ogni comunità religiosa e ognuna racconta la suaâ€. Quattro (la più interessante): “A fine ottobre, il Ministro degli Esteri turco, Ahmet Davutoglu, ha detto a Sarajevo che lo scopo della politica turca è la nuova ascesa dell’impero ottomano nei Balcani, come nel XVI secolo: nessuna voce in Europa e in America si è levata in segno di protestaâ€.
Turche
Riferisce l’agenzia «Corrispondenza romana» del 21 novembre 2009 che in Turchia tra l’1 gennaio 2002 e il 31 luglio 2009 sono state uccise 4.063 donne. Di queste, 953 solo nei primi sette mesi del 2009. Quattro al giorno mediamente. Si tratta di dati ufficiali forniti dal ministro della giustizia turco in risposta a un’interrogazione parlamentare. Ecco un altro masso che il Paese dovrà eliminare sulla strada verso la Ue. Sarebbe, tuttavia, interessante conoscere i dati sullo stesso argomento negli altri Paesi islamici…
Gotti
Il finanziere ed economista Ettore Gotti Tedeschi, presidente del Banco Santander italiano e dello Ior vaticano, da un paio d’anni su «L’osservatore romano» spiega che la causa principale della crisi economica è la denatalità . Il 25 novembre 2009 lo ha ribadito su SviPop (agenzia di Sviluppo e Popolazione, diretta da Riccardo Cascioli), anche perché, dimostrato che lo sviluppo economico dipende direttamente dalla crescita demografica (lo ha fatto Alfred Saury, il maggior economista-demografo contemporaneo), prima i catastrofisti (interessati) hanno spostato il tiro sull’esaurimento delle risorse (ma «l’età della pietra non finì perché l’uomo rimase senza pietre e l’età del ferro non finì perché rimase senza ferro….Finirono perché l’uomo seppe escogitare qualcosa di nuovo, di meglio…», scrive l’economista indiano Indur Goklany in The improving state of the World, Cato Institute 2007), poi sull’ambiente. «La stessa Onu spiegò che tra il 1900 e il 2000 la popolazione mondiale era sì cresciuta di 4 volte, ma il Pil mondiale era cresciuto di ben 40 volte». Non solo: «Se in un paese la popolazione non cresce, il suo rischio non è solo di regressione economica, ma anche di riduzione di potere politico verso altri paesi». Ancora: «Non è pensabile che vi siano scienziati che sostengono che i cambiamenti climatici siano dovuti all’eccesso di popolazione e altri che li imputino a fluttuazioni climatiche assolutamente naturali e per nulla eccezionali». A ben vedere, «anche per Caino, Abele era di troppo, creava problemi di competizione economica nell’allevamento ovino e inquinava l’ambiente con i suoi troppi sacrifici a Dio…».
Ischia
Una volta accadde che un centro culturale ischitano mi invitò a parlare su un argomento (che non ricordo più: troppi ne faccio) e l’ospitalità fu in linea con la straordinaria tradizione meridionale. Rimasi tutto un fine settimana e scoprii la bontà dei vini isolani, che non conoscevo. Non l’avessi mai fatto. Da allora, non passa Natale senza che mi arrivi qualche bottiglia in omaggio (chi conosce il giro mentale dei sudisti non faticherà a comprendere), tra cui spicca il sublime «Meditandum». Ah, dovete assaggiarli anche voi, vale la pena. Ecco il logo: «Pietratorcia. Vini di pregio dell’isola d’Ischia», info@pietratorcia.it. Io, intanto, brinderò alla vostra salute. E Buon Natale.
Italiano
Un breve ma interessante articolo di R.A.Segre, uscito sul «Il Giornale» nel novembre 2009, racconta del tempo in cui l’italiano era la lingua franca del Mediterraneo, usata nei commerci e in diplomazia (aggiungo io che era anche la lingua colta alla corte asburgica, mentre in quella piemontese si parlava francese). Per esempio, il trattato di Küchuk Kainardja che pose fine alla guerra russo-turca era redatto in russo, turco e italiano ma all’art. 28 stabiliva che, in caso di controversie, la versione in italiano era quella di riferimento. L’italiano servì anche a veicolare concetti tratti dal Corano, il quale non poteva essere tradotto e nemmeno stampato: i caratteri arabi furono fabbricati a Lipsia e usati per la prima volta a metà dell’Ottocento grazie ai macchinari presi da Napoleone a Roma e abbandonati precipitosamente al Cairo. Poiché il sultano si considerava il padrone del mondo ed era il servo a dover imparare la lingua del padrone (e non viceversa), nacque la casta dei «dragomanni» (dal turco turjeman, traduttore) che facevano capo al Grande Dragomanno istituito dal sultano nel 1661. Erano cristiani balcanici, di solito greci ma anche cristiani ed ebrei passati all’islam. In Occidente erano chiamati «levantini» e divennero noti per la loro furbizia diplomatica. Innanzitutto usavano l’italiano, lingua «neutra» perché politicamente inoffensiva (nella penisola non c’era alcuna Potenza in grado di impensierire). Poi, la manica larga nel tradurre faceva da olio negli ingranaggi. Per esempio, il sultano Murad III concesse agli inglesi di Elisabetta I di commerciare sui suoi territori. Ma nell’accordo aveva fatto scrivere che Elisabetta era regina del «vilayet» d’Inghilterra («vilayet»: provincia turca) e che di lei si apprezzava «la remissività , la devozione e sottomissione». La versione italiana rese il tutto così: «sovrana di sincera amicizia». Poi venne l’unità piemontese e l’Italia divenne l’«Italietta» crispina con pretese di Potenza…
Ambrosiana
L’8 dicembre di quattrocento anni fa (1609) il cardinale manzoniano Federico Borromeo inaugurò a Milano la Biblioteca Ambrosiana, la prima «pubblica» in senso moderno al mondo. I libri (roba preziosissima, al tempo) venivano dati a chiunque li richiedesse. Per leggere o consultare erano a disposizione sedie, tavoli, scranni, nonché penne, carta e calamai per prendere appunti. Addirittura, in sala erano sempre presenti, a turno, esperti nei vari rami a disposizione dei frequentatori per assisterli e consigliarli. Le sale erano riscaldate e i tavoli provvisti di pedane poggiapiedi per non affaticare le gambe. Questa era la Chiesa della Controriforma nella, per giunta, Milano spagnola.
Permesso
La cronaca milanese de «Il Giornale» ha riportato il 2 dicembre 2009 una curiosa notizia da Legnano. Tre prostitute nigeriane, richieste del permesso di soggiorno dai carabinieri, hanno mostrato quello rilasciato dal «Ministero del Regno di Dio – Dipartimento della Pubblica Accoglienza». Era firmato da un sacerdote, Giorgio Poletti, parroco di Castelvolturno. Questi, intervistato, ha spiegato che si tratta di un «gesto simbolico» e che i clandestini sanno bene che non vale legalmente. Infatti, le tre nigeriane erano clandestine, una pure recidiva. Pare che i carabinieri non si siano lasciati intenerire.
Caffarra
L’1 dicembre 2009 l’arcivescovo di Bologna, cardinale Caffarra, ha inviato un appello alla Regione Emilia-Romagna affinché non proceda all’equiparazione delle convivenze alla famiglia naturale. Non riporto il contenuto perché è intuibile. Solo il finale, che proprio mi piace: «Dio vi giudicherà , anche chi non crede alla sua esistenza, se date a Cesare ciò che è di Dio stesso».


